Zeppe

 

Adoro l’Effimero.

Che gran parola, mi rilassa. È un soffio. È leggera. Passa in fretta. Però quel retrogusto amaro di fine mi mette ansia. Ho una soglia dell’appagamento alta, ho voragini affettive, il mio primo impatto con la vita deve aver assomigliato ad uno schianto. Ho talento per la reiterazione compulsiva, la coazione a ripetere: più drink, più scarpe, ancora un’altra uscita. E poi in sottofondo la mostruosa, stramaledetta faccenda che io stessa sono programmata per spegnermi. Indigeribile. Vorrei voltarmi in dietro mentre vinco la maratona contro la Morte, farle il plateale gesto dell’ombrello e gridare eccitata e dominata dall’idea sola e sublime della vittoria su di Lei: “Tieeee!”. Che la Morte sia dannata. Sciò quintessenza di polvere (nota 1).

Non sono solo farneticazioni di una disturbata: a Google non saranno tutti scemi se nel 2013 hanno fondato la compagnia Calico, che ha come missione il combattere l’invecchiamento e in ultimo “risolvere la morte” (Sergey Brin). Nel frattempo uso una specie di ansiolitico più costoso dello Xanax ma meno inebetente: le scarpe modello zeppa.
Il lungo filo della loro storia è un ponte tra la realtà bruta e la realizzazione del motto di Empedocle “la grazia odia l’intollerabile necessità“, che ricongiunge le viscere al cielo, la merda al velluto.
I macellai dell’antico Egitto calzavano rialzi per non imbrattarsi col sangue delle bestie morte; in seguito, nei paesi più diversi, in tempi in cui non esistevano sistemi fognari come oggi, e i mezzi di trasporto erano cavalli, le scarpe rialzate dovevano probabilmente svolgere anche una funzione pratica di protezione delle vesti dal luridume e dal letame delle strade.

Ma questo non è certo vero per moltissimi altri casi, in cui l’altezza spropositata delle calzature aveva tutt’altri significati: gli attori della tragedia greca calcavano le scene con i coturni, sandali con una base altissima per giganteggiare di fronte l’abisso.

Coturni
Attore tragico. Statuetta in avorio. Parigi, Petit Palais. Da http://web.uncg.edu
coturni
Intorno al 220 A.C., la piattaforma dei coturni era fatta di sughero e poteva essere alta fino a 6 pollici. Più l’attore era importante, più alti erano i coturni. Da https://mediterranees.net/civilisation/spectacles/theatre_grec/cothurnus.html
Coturni
Scena tragica. (Forse Ercole sulla destra?), rilievo sul palcoscenico (pulpitum), teatro romano, Sabratha, Libia. Da https://www.flickr.com/photos/sebastiagiralt/1352868662/in/set-72157601938868109

Le etere greche (nota 2) per apparire più statuarie calzavano le Baucides sotto le cui suole erano incisi messaggi che restavano impressi sulla sabbia e la polvere della strada per indurre i clienti a seguirle -con una proto tecnica di guerrilla marketing-.

Coturni
Afrodite orientale che indossa un diadema e coturni ai piedi. I secolo A.C. Parigi, Louvre. Da https://www.photo.rmn.fr/archive/12-507129-2C6NU0ZTF0HS.html
Coturni
Afrodite con un’elaborata pettinatura romana, periodo imperiale, fine I sec. A.C. o più tarda. Da photo.rmn.fr

In Giappone  le maiko (apprendiste geisha) indossano sin dal XVIII sec. dei geta particolari chiamati okobo. Altri nomi degli okobo sono pokkuri, bokkuri, o koppori (dal rumore che producono quando ci si cammina: queste donne al contrario dei ninja vogliono farsi sentire e guardare). Vengono indossati anche dalle ragazze molto giovani.

 

Okobo
Maiko con i suoi okobo. Da http://oideyasu.tumblr.com/post/41834209031/analaix-beautiful-symbol-of-kyoto

Le oiran erano prostitute d’alto rango che indossavano dei koma-geta o mitsu-ashi (letteralmente, “tre gambe”), altissimi e laccati.

Koma-geta
Oiran. Da http://shalomana.tumblr.com/post/456764662/elegance-who-they-can-walk-kimono
Koma-geta
Una oiran a Kyoto accompagnata dal suo assistente. Da https://www.flickr.com/photos/colodio/3961620091/ di Claude Estèbe
Oboko
Okobo con disegno kiku. Da https://it.pinterest.com/pin/72972456440712690 di Joyce Ogi FLICKR

 

Oiran
Le oiran a differenza delle geisha portavano l’obi allacciato sul davanti così era più facile svestirsi e rivestirsi. Da https://www.flickr.com/photos/blue_ruin_1/5262378250/in/set-72157623445127768/ di Blue Ruin 1
Oiran
Oiran con assistenti bambine. Ca. 1900 Da http://japan.digitaldj-network.com/archives/51566077.htm
Oiran
Oiran Parade da https://www.flickr.com/photos/papushin/3116706483 di Konstantin Papushin
Oiran
Una tayuu (cortigiana giapponese) e due kamuro (assistenti bambine) che posano davanti a un kōhaku-maku (tenda rossa e bianca). Un kōhaku-maku è un pannello di tessuto decorativo usato in Giappone in varie occasioni, come le cerimonie del tè all’aperto. Ca. 1920. Da https://www.flickr.com/photos/blue_ruin_1/6791360898

In Cina le donne Manchu (XVII sec. – XIX sec.) indossavano delle scarpe elevate che creavano un effetto visivo simile alla camminata a passetti dei Loto d’oro o Gigli d’Oro, come venivano chiamati i piedi deformati dalla fasciatura.

Fiori di loto
La brut(t)a realtà che si celava dentro gli scarpini. Da https://www.modificazionecorporea.it/loto-doro-o-gigli-doro-i-piedi-fasciati-delle-donne-cinesi/
L'imperatrice Dowager Cixi
L’imperatrice Dowager Cixi; Cina, dinastia Qing, 1903-1904. Da http://www.asia.si.edu/explore/china/powerplay/throne.asp
Scarpe Manchu
Scarpe Manchu, Dinastia Qing , Città Proibita. da https://it.pinterest.com/pin/16255248628236400/?lp=true
Le donne turche mettevano le qabaqib in sauna per non bagnarsi i piedi; pure il loro nome è onomatopeioco: riproduce il rumore che facevano a contatto con il pavimento.
Scarpe da donna ottomane
Scarpe da donna ottomane, XIX / XX sec. – Sadberk Hanim Museum
Qabaqib
Scarpe ottomane qabaqib: in legno intarsiato con madreperla, misuravano fino a 26 cm per elevarsi al di sopra del calore del pavimento dei bagni turchi. Bata Shoe Museum, Toronto
L’abbigliamento ottomano ispirò molte mode europee: le altezze elevatissime delle qabaqib ottomane potrebbero avere spinto gli artigiani delle chopine veneziane a creare scarpe che rivaleggiassero in altezza con le qabaqib.
Mehmed II
Ritratto di Mehmed II, fine XV sec., Gentile Bellini. L’impero Ottomano si incontrò con il Rinascimento. Gentile Bellini, pittore ufficiale della Repubblica di Venezia, oltre al ritratto del sultano eseguì, durante la sua permanenza a Costantinopoli, un numero di disegni dettagliati dei suoi abitanti che anticiparono  la popolarità dei cosiddetti “taccuini del vestiario” nella seconda metà del XVI secolo. Essi documentarono mode sontuose e appariscenti ai lettori europei. Un esempio ne è una pubblicazione del 1578 di Nicolas de Nicolay, geografo del re di Francia Enrico II. Egli affermò di aver disegnato gli abitanti di Istambul in maniera realistica, ma in effetti usò prostitute come modelle. Dopo il fallito assedio ottomano di Vienna del 1529, le paure europee della minaccia turca iniziarono a diminuire cosicché le fantasie europee sui Turchi ebbero sempre di più un sottotesto esotico ed erotico. E il cliché del turco feroce si trasformò in un essere che personificava un senso di fascino, voluttuosità e fasto. Da http://www.bbc.com/culture/story/20150309-the-fear-of-the-east
Sultana
Ritratto di sultana. Scuola veneziena XVII sec.
Donne Siriane
1873 Foto Pascal Sebah. Damasco, Siria. Da http://riowang.blogspot.it/2010/09/tantour.html
Donna turca
Jean-Étienne Liotard. Donna turca con la sua serva
Nobildonna di Costantinopoli
Jan Batiste Vanmour. Nobildonnna di Costantinopoli. Da https://www.blouinartsalesindex.com/auctions/Jan-Baptiste-Vanmour-4583234/A-Noble-Lady-Of-Constantinople-Wearing-Hammam-Shoes
Après le bain
Paul-Louis Bouchard. Après le bain, 1894. Da https://www.flickr.com/photos/59879617@N07/5658195855

Le Chopine veneziane fecero parte del guardaroba di nobildonne, cortigiane ed eunuchi dal Quattrocento al Seicento.
Tutti i personaggi sopracitati erano irregolari, avevano bisogno di un piedistallo per farsi vedere, per sedurre, per distinguersi. Il culmine d’altezza, di gusto per la dismisura, lo raggiunsero proprio le chopine veneziane. Serve scalze o in ciabattelle aiutavano nobildonne e cortigiane ad arrampicarvisi sopra. Poi le sostenevano nella camminata, facendole appoggiare sulle loro spalle (tanto per rimarcare con una notevole sovrastruttura chi era che signoreggiava). Le malelingue dicevano che i mariti e anche le autorità ecclesiastiche accondiscendessero a tali calzature perché così le potenziali diavole erano costrette all’immobilità ed evitavano tradimenti, danze tentatrici, o come la Terra, pericolose rivoluzioni.

Incisione di Cesare Vecellio
Incisione. Donna veneziana in sottoveste che si tinge i capelli all’aperto sotto il sole per imbiondirli. Le chopine sono in basso a destra. Cesare Vecellio, 1598 “Habiti antichi, et moderni di tutto il Mondo”. Da http://www.collectorsweekly.com/articles/these-chopines-werent-made-for-walking/
joseph-and-potiphar-wife
Dettaglio del ritratto di Giuseppe e la moglie di Putifarre, che mostra chopine, calze ricamate e una meravigliosa giarrettiera decorata con perle. Cigoli, 1610, Galleria Borghese, Roma
Incisione di Cesare Vecellio
Prostituta veneziana con ventaglio. XVI secolo. Cesare Vecellio. Da “Habiti antichi, et moderni di tutto il Mondo”
Ritratto di donna in sembianza di Cleopatra
Donna ritratta nelle sembianze di Cleopatra. Venezia, XVI secolo. Anonimo. Walters Art Museum, Baltimora
Susanna e i vecchioni
Susanna e i vecchioni. Accanto a Susanna si possono vedere un paio di chopine verdi. Lorenzo Lotto, 1517. Firenze, Galleria degli Uffizi
Donna veneziana
Donna veneziana con chopine estreme. Gerolamo Forabosco, 1600. Da http://whoisdada.it/chopines/
Chopine spagnole
Acquerello, 1540, Museo Stibbert, Firenze. Le chopine erano di moda anche in Spagna. La loro popolarità era tale che la maggior parte delle forniture di sughero della nazione andava alla produzione delle scarpe, come lamentava lo scrittore Alfonso Martínez de Toledo. Ruth Matilda Anderson sostiene che le chopine abbiano avuto origine nella Penisola Iberica invece che a Venezia, in “The Chopine and Related Shoes” in Cuadernos de la Alhambra, vol. 5, 1969. Ci sono riferimenti scritti e pittorici ad esse sin dal XIV secolo. Le chopine spagnole, più tozze e coniche, erano pesantemente decorate con disegni di animali, spire, fiori, illustrazioni del Papa. L’espressione “ponerse en chapines” significa innalzare se stessi al di sopra della propria condizione
chopine
Chopine spagnole 1540 circa, sughero ricoperto in pelle. Foto: Kunsthistorisches Museum Wien Sa, AP
chopine
Una gran signora con accompagnatori a Barcellona. Christoph Weiditz, Nationalmuseum, Nuremberg, Germania
chopines3
L’esercito si reimbarca sulla Goletta. Cartone d’arazzo nel ciclo della Conquista di Tunisi. Jan Cornelisz Vermeyen, 1535 Vienna. Kunsthistorisches Museum
chopine
Le chopine veneziane avevano la piattaforma in legno e linee più eleganti. Un maniaco dei dettagli quale il Carpaccio era, le dipinge a sinistra ai piedi del piccolo uomo :-). Potrebbe darsi che la donna in oro e verde le indossi sotto al suo vestito e che alla donna in rosso, più pingue, le si siano gonfiati i piedi e le abbia tolte. Alcuni critici titolano questo quadro Le Nobildonne (famiglia Torella?), altri Le Cortigiane. Ciò la dice lunga sul fatto che fossero pressoché indistinguibili. Carpaccio, 1490, Museo Correr, Venezia

 

 

 

 

 

Zeppe Gucci
Gucci 2016.VOLUTTUOSE! Come il Dracula di Francis Ford Coppola, hanno attraversato oceani di tempo per trovarvi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Chopine
Sotto il vestito chopine. Le chopine erano uno status symbol, tanto legno, tanto broccato, tante perle e tanto velluto in più. Da https://www.flickr.com/photos/szexypapucs/15644098789/ di Szexy Papucs

 

In realtà le donne che ancheggiavano sopra le chopine erano terribilmente sensuali. Venezia era ricca e piena di fermento, spalancata sul mondo, ne era uno dei centri dell’epoca; visitatori stranieri, clienti e curiosi delle cortigiane – di queste pazze che arrivarono a calzare chopine da 50 cm – portavano denaro alle chiese e alle casse della città. Alcuni esponenti del clero erano a loro volta frequentatori delle cortigiane, assieme alle quali partecipavano a banchetti e festini (nota 3).

C’erano le “cortesane puttane” o “de lume o de candela” (così chiamate perché per farsi riconoscere accendevano una candela alla finestra delle loro topaie) che si prostituivano nei pressi del Ponte di Rialto. Erano donne nate povere, e che tali restavano, con le tariffe bassissime che si trovavano costrette ad applicare. C’erano però anche delle cortigiane dette “oneste” (etimo latino, che non sta per “virtuose”, ma “dignitose”, ovvero ricche, di successo e colte), che avevano clienti e protettori molto illustri. Una su tutte, la più franca, la più unica: Veronica Franco. Iniziata alla professione dalla madre mezzana, ebbe, da uomini diversi, probabilmente sei figli, nessuno dei quali le sopravvisse, costretta a fuggire da Venezia allo scoppio della peste, al suo ritorno si ritovò senza denaro e beni, subì un processo dell’Inquisizione dal quale fu assolta, morì a 45 anni dopo un mese di febbre. Buttata giù così la quintessenza di polvere sembra una manna scesa dal cielo.

Ma io cercavo una cortigiana ed ho trovato un’artista.

 

“Questa dominatrice alta del mare,
regal vergine pura inviolata…”
Questo è come lei descrive la sua divina Venezia; e come Venezia, lei ebbe la possibilità e la capacità di dare uno sguardo elevato al mondo e a sè stessa, di muoversi e agire sulla società in una maniera tale che tante donne neppure potevano immaginare. Suggestiva, erotica, eretica. Lasciò qualcosa in più di un’impronta sulla sabbia. Se la civiltà del Rinascimento s’era riguadagnata il mondo, lei fece riguadagnare alla poesia i piaceri dei sensi, la carne e il sangue, goduti liberati da ogni bisogno di espiazione.
Veronica Franco
Presunto ritratto di Veronica Franco. Anonimo, seguace di Jacopo Tintoretto XVI sec.; Worcester Art Museum

 

A 29 anni, nel luglio 1574, Veronica Franco allietò il soggiorno veneziano di Enrico III di Valois, altro personaggio stravagante, edonista ed esteta. Il re fu condotto da lei in segreto. Imbevuta dei miti classici greco-romani e del culto della bellezza statuaria e atletica propria del suo tempo, a lui dedicò due sonetti in cui innalza se stessa a figura mitologica, “fatta simile a Alcmena, a Leda, ad Europa, a Danae, e il re di Francia a Giove che viene a quelle senza fasto e pompa, sotto le sembianze di Anfitrione, del cigno, del toro, della pioggia d’oro.” (Benedetto Croce “Studi sulla letteratura cinquecentesca” 1949).
Veronica Franco fu il bersaglio della maldicenza di Maffio Venier, poeta dialettale, che si scagliò contro la cortigiana in un sonetto caudato dal titolo “Veronica, ver unica puttana”, cui la Franco rispose nel capitolo XVI delle Terze Rime. Eccone uno spavaldo estratto da vera Unapologetic Bitch:
La spada, che ‘n man vostra rade e fôra,
de la lingua volgar veneziana,
s’a voi piace d’usar, piace a me ancora;
e se volete entrar ne la toscana,
scegliete voi la seria o la burlesca,
ché l’una e l’altra è a me facile e piana.
Chissà se quest’altra sua citazione è autentica, dato che l’ho trovata solo in inglese :”My happiness is measured in Inches, 2, 4, 6, 8, …. I LOVE SHOES TOO MUCH….”.
Sicuro è che le chopine di pollici ne alzarono parecchi. Nel 1430 la loro altezza venne limitata a 8 cm da una legge veneziana che venne però ampiamente ignorata.
Et voilà:
un inno ad un poltroneggiante allure o a sibaritiche attività.
Chopine
Un esempio delle più alte chopine ancora esistenti (50 centimetri). XVI secolo, Museo Correr Venezia
Chopina
Le scalanature in fondo al piedistallo erano fatte per far sì che il calzolaio cucisse il rivestimento per brevi tratti. Fine del XVI secolo. Museo Stefano Bardini, Firenze, Italia
Pink Chopine
Susan Taber Avila, Pink Chopine, 2006. Foto di Lee Fatherree. https://thepragmaticcostumer.wordpress.com/tag/orange-1960s-dress/
Lady Pointe
Le “Lady Pointe” di Lady Gaga sono state create da Noritaka Tatehana per il video “Marry The Night”. Con i loro 45 cm le “Lady Pointe” sono il secondo paio di scarpe più alte mai creato da Noritaka Tatehanaha per Gaga. Foto, Noritaka Tatehanaha
Chopine
Chopine in legno rivestite in pelle. 1590-1610 Museum of Fine Arts, Boston
Chopine
Riproduzione moderna di chopine veneziane. Da http://aands.org/raisedheels/Pictorial/reproductions.php di Francis Classe Fourth Chopines by Vyncent for Vittoria
Comunque ci cadevano eccome da là sopra. Nel suo manuale “Nobiltà di dame” del 1600, il maestro di ballo Fabrizio Caroso scrive che molte nobildonne non pratiche a camminare con queste scarpe, non solo facevano un rumore infernale ma spesso cadevano durante le feste e anche dentro le chiese. Ma dice anche che facendo attenzione, una donna esercitata ad indossare le sue chopine poteva muoversi “con grazia, decoro e bellezza” e persino “potrà fare nel ballo Fioretti et Mutanze di Gagliarda“. E puntualizzo che la gagliarda era una danza caratterizzata da salti e saltelli (nota 4).
Del resto si può anche cadere con stile e savoir faire.
Naomi Campbell
Sfilata di Vivienne Westwood, Naomi Campbell, Parigi, 1993. Foto News (UK) Ltd/Rex Features
Altri tipi di chopine mi sembrano a prova delle mie più folli nottate, quando all’alba rincasavo, toglievo il mio paio di zeppe, le lasciavo sull’atrio come la zattera di una naufraga che tocca terra e spiedazzavo distrutta in direzione letto.
Chopina
Pianella femminile. Inizio XVII secolo. Museum of Fine Arts, Boston, Stati Uniti
Chopine
Chopine del XVI secolo. Bata Shoe Museum
Chopina
Chopine ricoperte di velluto, modello spagnolo. XVI secolo. Bata Shoe Museum, Toronto, Canada
Chopina
Chopine, 1590-1610 Italia, Met Museum, New York
Chopine
Chopine ricoperte di velluto. 1580-1620. Bata Shoe Museum, Toronto, Canada
Chopine
Chopine, foto di Rob Abruzzese. Brooklyn Museum
Chopine
1600 circa. Victoria and Albert Museum, Londra
Chopine
Queste chopine spagnole hanno la piattaforma in sughero, rivestita in pelle finemente lavorata. Bata Shoe Museum
Chopine
Circa XVII secolo. Victoria and Albert Museum, Londra
Chopine
Chopine veneziane in legno rivestite di pelle, circa 1740. Museum of Fine Arts, Boston
Chopine
Circa XVII secolo. Victoria and Albert Museum, Londra
Chopine
L’architettura di queste chopine si dice sia una fusione tra una chopina e la più recente moda del secolo dei tacchi alti. Skokloster Castle, Stoccolma
Alexander McQueen
Alexander McQueen Primavera / estate 2008. Foto Don Ashby & Olivier Claisse
Alexander McQueen
Red Shoes for Modern Dorothy di Alexander McQueen, 2008
E veniamo allora a qualche personale consiglio per noi epigoni globalizzate. Il bello di essere epigoni è di avere a disposizione un repertorio; e più si è epigoni, più il repertorio diventa imponente se non mostruoso.
  • Dimenticatevi di quelle fatte con il sughero a vista che riesce a rendere grezzo e contadinesco anche un modello ben disegnato. Eccezione:
    Ferragamo
    Salvatore Ferragamo. Le zeppe “Rainbow” create per Judy Garland nel 1938

    Al di là del mito che accompagna queste zeppe, qui il sughero è sagomato con le bombature rivestite di pelle scamosciata colorata; insomma l’unico sughero che mi piace è quello che non si vede.

  • Evitate le scialbe mezze misure ( quando si spara si spara).
  • Scegliete quelle con la piattaforma che digrada più o meno dolcemente  (no ai blocchi minimalisti tutti su un piano, non ci si mettono i mattoni ai piedi).
  • Attente anche ai carrarmati e a quelle dal sentore ortopedico.
Le zeppe hanno già la spudoratezza dalla loro parte e possono diventare un campo molto fertile per lo scatenarsi dell’obbrobriume e del kitch più nefasto.
  • Indossarle con i pantaloni non è reato (con quelli larghi , o quelli a zampa, sono anzi quasi d’obbligo), ma certo si ha come l’impressione di mortificarle un po’.
  • Con i jeans arrocciati l’impresa diventa arrischiata. A Madonna qui sotto è riuscita.

 

 

Madonna - Richt Erani
MDMA Tour, Madonna, 2012

 

 

Ritch Erani NYFC
Ecco le scarpe zeppe – Mary Jane chiamate Matrix, Ritch Erani NYFC

 

Noomi Rapace
A Noomi Rapace l’impresa è meno riuscita. Da non imitare anche se le zeppe sono belle. Noomi Rapace sul set del film di Niels Arden Oplev “Dead Man Down”. Da http://www.zimbio.com/photos/Noomi+Rapace/Noomi+Rapace+Prosthetic+Scarrs/bTEyTqx6lof Source: Bauer Griffin
  • Uno dei migliori modi per valorizzare le zeppe e lasciarle sprigionare il loro fascino è abbinarle con longuette o gonne a matita. Oppure abbinarle con un classico tubino o un tailleur gonna. Vestite così ci si muove come a rallentatore, col passo di una geisha, si fa una porca figura a qualsiasi età, taglia o statura.
    Fidatevi, ci sono passata. Nel mio periodo di “instabilità” andavo su e giù anche di 6 Kg e questi abbinamenti, a parte la scocciatura del cambio di taglia, erano sempre a botta sicura. Le mie più tetre e interminabili giornate lavorative in un azienda di informatica sarebbero state inattraversabili senza tutta la regalità e insieme la comodità di un paio di zeppe con la gonna. Riuscivano a traghettarmi fino alla sera.
  • Stanno bene anche con i calzoni alla zuava, abbinamento che giuro di aver provato su di me prima di vedere queste immagini di cortigiane con calzoni alla galeotta (si ancora loro, cortigiane, le rock star dell’epoca💜 )

 

 

 

Cortigiana
Cortigiana veneziana. Incisione di Cesare Vecellio, dal libro: “De gli habiti antichi, et moderni di diverse parti del mondo”. Notare la pettinatura a cornetti

 

 

 

Cortigiana
Le cortigiane veneziane non erano nuove al gender crossing nell’abbigliamento. Ca. XVII secolo
Le prime zeppe che ho avuto erano fondi di magazzino fine anni 6o’ inizi 70′ rimaste intonse nelle loro scatole mai più riaperte da anni. Ne facevo un mash-up con maglie anni 90′ di Gaultier abbinate con short da bancarella.
 
Outfit Zeppe
Tailleur: Yamamoto vintage A/I ’97-’98 StyleZeitgeist; Scarpe: Gucci; Calze: Cervin; Rossetto: Dior Rouge 999; Eyeliner: Mybelline – Lasting Drama Gel; Profumo: Mitsouko Extract; Hairstick: CA Makes; Anello: Lebole Gioielli, “Il Diario di Lady Murasaki”, si sfila e si apre davvero
Outfit Zeppe
Zeppe: Casadei, P/E 2012; Gonna: River Island; Canottiera: Polyvore; Cintura: Elliott Rhodes; Smalto: Kiko – rosso Perfect Gel; Occhiali: Fendi “Orchidea”

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Le zeppe, come tutti i tacchi alti, anche se con una certa solidità che le rende meno ansiogene, sono un atto scenografico. Vanno esibite. Sono un trampolino per personalità inquiete, alleate delle tappe (si, presente! dall’età di quindici anni non ho più superato il metro e sessanta), potrebbero funzionare come terapia prèt a porter per le timide, sono un lifting meno invasivo per le anziane. Per chi è già dotata di altezza, è come spalmare nutella su un maritozzo con la panna. Slanciano le gambe tozze (checché ne dica Manolo Blanik). Caviglie da porcellina infilate nelle ballerine non sono esattamente ciò che si definisce delizioso. A meno che non siate un personaggio alla Beth Ditto evitatele.
Amy Winehouse
Amy Winehouse sapeva anche troppo bene come squilibrare il bon ton un pò irritante che serpeggia nella bassezza delle ballerine. Usava scarpe originali da balletto di Freed, Gandolfi e Capezio
E poi c’è chi ha messo “una zeppa” a una “ballerina”
Accanto alla marea di aristocratiche stravaganze, provocazioni, farse, capolavori e preziosismi dell’alta moda (la forma e l’altezza delle zeppe invogliano a scolpirle, a inciderle), alle trovate di Lady Gaga, c’è una più tranquilla, placida quotidianità borghese a prezzi ragionevoli per noi povere mortali.
Outfit Zeppe
Scarpe: Cinti; Tubino: Guess; Vestito: Zara; Perle: Tiffany; Ciondolo: Bazinga Jewelry; Cappello: ebay – New Designer Look 20s Style Ladies Womens Black White Wool Felt Cloche Hat Cap
Dunque, issatevi là sopra con orgoglio, con eleganza, con follia, soprattutto quelle di voi che non hanno mai voluto indossarle. È vero che ognuno ha il suo stile, e che questo è una conquista della maturità, ma con lo stile ogni tanto ci deve scappare qualche scazzottata se si vuole evitare di trasformarlo in una mortifera per quanto confortante cella, quando fuori ci sono mari da solcare, terre e isole da scoprire.
Imparate a navigare a vista.
Svettate, ondeggiate dimentiche almeno per un po’ dei miti dell’efficienza.
Oscillate alla vostra frequenza. Sentitevi stupende, più vicine al cielo, come dice Amleto rivolgendosi alla primadonna della compagnia teatrale in visita a corte:
What, my young lady and mistress! By’r lady, your ladyship is nearer to heaven
than when I saw you last by the altitude of a chopine.
Ed ecco la mia damigella e signora! Per Nostra Signora, vossignoria da quando ci siam visti s’è avvicinata al cielo d’un buon tacco veneziano.
(William Shakespeare, Hamlet, Garzanti editore, 1984, traduzione dall’inglese di Nemi D’Agostino, II,ii, 421-423, pag. 96-97 ).

Amleto, in questa battuta, nota che il maschio adolescente della compagnia teatrale che interpreta ruoli femminili è cresciuto/a dall’ultima volta che si sono visti usando come metro di misura la chopina, la cui fama, da Venezia, era sbarcata in Inghilterra.

Povere donne, per le quali era considerato inappropriato fare le attrici.
Poveri giovani attori in ruoli femminili, sventurati fanciulli costretti ad usare un trucco bianco con una base di piombo altamente tossica. Soffrivano spiacevoli malattie della pelle del viso e un gran numero moriva effettivamente di avvelenamento da piombo.
Povera Ofelia, totalmente deragliata, canta, ormai fuori da ogni conflitto, con le ghirlande in mano, mentre va incontro alla sua fangosa morte.
Mi viene da dedicarle questo pazzesco paio di zeppe, disegnate da un genio suicida:

 

Alexander McQueen
Alexander McQueen. P/E 2005
E mi sta passando allora per la mente l’Ofelia nel quadro di John Everett Millais la cui modella, ancillare musa dei preraffaelliti, si chiamava Elisabeth Siddal. Per posare fu immersa in una vasca d’acqua riscaldata da candele. Una folata di vento spense le candele, l’acqua si raffreddò. Lei, presa dalla parte, ubbidiente, resistette e prese una polmonite. Rimasta malaticcia e dipendente dal laudano, morì a 32 anni procurandosi un’overdose.
Ofelia, John Everett Millais
Ofelia. John Everett Millais, 1851-52. Tate Gallery, Londra
A lei dedicherei questo paio di zeppe:
Zeppe Dolce e Gabbana
Dolce e Gabbana P/E 2013
Zeppe dalla floreale bellezza, “d’arborea vita viventi” (l’ectoplasma di un canarino ne entra e ne esce), che spruzzano un profumo di primavera italiana su questa lugubre cascata di infelici.
Nobili e prostitute highbrow guerreggiavano a colpi di centimetri di suola, evidentemente guardando le une nello specchio delle altre per imitarsi o per differenziarsi. Se vi invito a ibernare le vostre zeppe nel momento in cui vi accorgete di una proliferazione/clonazione eccessiva attorno a voi, non è tanto per incitare una sfiancante battaglia di snobismo quanto perchè come dice Iris Apfel :” When you don’t dress like everyone else you don’t have to think like everyone else“.
Bibliografia:

Un pensiero riguardo “Zeppe

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