Weekend iDEAle

Qualcuno  innamorato della mappa della metro di Londra ha disegnato questa qui sotto, per la cittadozza di Foligno, Umbria.

Metro Foligno
Metro Foligno

Un mio prof di Comunicazione Visiva diceva che disegnare una buona mappa è un’impresa ardua e stimolante. E che la Tube Map londinese è riuscita a compiere tre miracoli: scrivere tutti i nomi delle stazioni (tante) in orizzontale; non aver avuto bisogno di sostanziali modifiche dalla data della sua creazione (1931); e, soprattutto, mettere una metropoli urbanisticamente complessa ed estesa come Londra letteralmente in tasca ad ogni bambino. L’autore dell’opera, Harry Beck, ebbe la geniale intuizione di metter fine all’inutile, ingarbugliante mimetismo a favore di uno schematismo pragmatico-funzionale. I passeggeri dovevano solo capire facilmente e chiaramente come viaggiare da un punto all’altro. Le distanze reali, gli spazi e le curve della città reale? Ce ne infischiamo. Qui non servono.

Un giorno di maggio arrivai a Londra con un paio di scarpe Chanel di vernice bianca,  tacco importante e aperte sulla punta. Occorsero mesi perché decidessi di dismetterle. Imperterrita le calzavo macinando chilometri per cercare lavoro. La Tube Map è sì, pressoché perfetta, ma nemmeno lei è riuscita ad abolire realmente lo spazio-tempo.

Tube Walking Map
Tube Walking Map

Imperterritamente le calzavo anche a lavoro dietro al bancone di un pub. Sentivo Londra ostile, estranea. Si dice che più ti piace un posto più gli vai incontro diventando simile ai suoi abitanti, adottandone le abitudini e assumendone l’accento. Credo che facciamo questo anche con le persone che arrivano a piacerci visceralmente. Io non volevo lasciarmi andare a Londra. Le Chanel erano il mio talismano continentale, la mia dichiarazione di distacco da quella città.

Sino a quando Londra non divenne per me un grosso utero, pieno di birra, all’interno del quale galleggiavo, sbattuta qua e là, ma protetta. Guardavo dall’ombelico-oblò il mondo esterno allontanarsi e farsi sempre più insignificante. Probabilmente ero alla fase del “meglio schiattare su un marciapiede di una metropoli che campare da regina in un paesello“.

Alla fine, coi piedi malconci, entrai nel negozio di articoli sportivi più vicino a casa e acquistai un paio di Nike blu ultra fighe e in svendita. Poi anche un paio di calzoni di poliestere neri, a vita bassa, che si allargavano leggermente alla caviglia. Marca boh, prezzo ultra proletario: te li tiravano addosso in ogni bugigattolo. Tutte le adolescenti e le giovani donne nere li indossavano a Kilburn e dintorni. Io volevo essere figa e fiera come loro.

Quando il freddo serio arrivò, mi tornarono in mente le calzamaglie di lana che mi imponevano da bambina (le odiavo). Decisa a potenziarci i fini pantaloni di poliestere, camminai al gelo (ma con le Nike!) per un pomeriggio intero prima di trovarle come quelle che avevo in mente da Marks & Spencer.

Quando la mia compagna di stanza partì, recuperai un giubbetto imbottito vagamente anni 70 e un paio di scarpe dal bidone della spazzatura dove lei li aveva buttati. Le scarpe erano tutte consumate e marroni. Se ripenso allo scempio micidiale di abbinarle coi pantaloni neri mi viene il voltastomaco, comunque restavano abbastanza coperte dall’orlo svasato del pantalone; avevano il tacco al quale neanche Cristo sceso dalla croce avrebbe potuto farmi rinunciare quando andavo a ballare; erano abbastanza confortevoli da poterci saltare veloce sull’ultimo treno della metro che mi avrebbe portata fino al cuore tenero della notte.

Questi pochi capi divennero la mia seconda pelle, perché non ne comprai altri per molto tempo. Ero costretta a tirare la cinghia:  junk food e hard discount (il Waitrose a Finchley Road dopo il primo mese non l’ho mai più rivisto), serate decenti a meno sterline possibile, mutandacce a stock, sotterfugi ed arrabattamenti vari. Quelle cavolo di scarpe avrei potuto comunque sostituirle con qualcosa di più decente; ma, indolentemente, non lo feci. Pomiciavo con il barbonismo del salvataggio dall’immondizia, l’avventurismo menefreghista, l’aria da post-pseudo-squatterismo. E comunque, davvero, non me ne fregava più un fico secco di essere costretta a tirare la cinghia. Mi sentivo sempre più esaltata da Londra. Ero entrata nella fase divina, nel senso che mi sentivo potente come una Dea (scalcagnata).

Londra era mia, l’avevo conosciuta nel significato biblico, io ero lei, lei era me.

Tornò l’estate. Afosissima. Una sera, io, il mio tassista preferito di mini cab e un mio collega del pub avevamo deciso di uscire insieme. Il tassista era gonfio di speed. Decisi di riaprire la valigia dove stavano le Chanel. E, sarà stato il tiretto di speed che feci, saranno state le due boccate d’erba, cose che possono farti prendere quelle decisioni che lì per lì paiono grandiose, ma che a mente lucida si rivelano del tutto assurde, sarà stato il cielo terso e blu come quello umbro, da sogno di una notte di mezza estate, ma, invece di metterle assieme a jeans e top, le abbinai con una gonna carta di zucchero sotto il ginocchio e una camicetta bianca a maniche corte da suora. La serata in cui capitai era una provetta, colma di ormoni impazziti, infiammata da un becco Bunsen; chiappone e tettone al vento, muscoli, sudore e balli-amplesso. Paul si dimenava in pista in modo non più umano, il tassista ci provava con tutte. Io, a bordo pista, facevo l’educanda. Quel sobrio look sarebbe stato più consono al composto misticismo dell’Umbria.

Ascetica Umbria dove, tra quiete, pace, e santi , alla fine degli anni 80, un’inglese concepì e diede vita al club Red Zone in una località chiamata Casa del Diavolo.

Il Red Zone era warehouse londinese+tempio acido neo pagano. C’era solo un laser verde, delle colonne classiche bianche con dei teli e una statua del Discobolo. Fuori il silenzio, dentro House Music.

Ad Assisi le pacate estasi religiose, a Casa del Diavolo le pasticche di Extasy. Là pellegrini nelle loro oscene Birkenstock (oggi ricolorate e sbarcate alla Paris Fashion Week! Le mie scarpe-bidone in confronto erano estetismo sfrenato), di là un’umanità miscellanea, dionisiaca, con un senso di unità spirituale raramente rincontrato. All’alba poteva capitare di imbattersi in qualcuno con gli occhi a ruzzola che vagava a vuoto intorno al Red. A causa della merancola che portava (intossicazione da 3,4-metilenediossimetanfetamina presa in dosi poco sacre) non riusciva a realizzare come tornare a casa. Perso in uno sputo di campagna, dal quale neanche un’Underground in miniatura con una mappa alla Beck avrebbero potuto spantanarlo. Un passaggio da anime buone finiva sempre per trovarlo.

Adesso l’Inghilterra è fuori dall’Europa. Forse proverà il dispiacere di averla persa senza prima averla veramente conosciuta (in senso biblico). Forse ha preso una decisione che lì per lì pareva grandiosa e che a mente lucida si rivelerà del tutto assurda. Forse le servivano discorsi meno schematici e più articolati. Forse la sua mania di scommettere su tutto le è sfuggita di mano. Forse ha perso la strada, ha perso la mappa. Forse le andrà tutto bene e diventerà una ricca, barbosa Lussemburgo-Svizzera 2 (ma con la Tube Map!). Forse Banksy è Robert ‘3D’ Del Naja. Probabilmente le notti non erano più tanto tenere da prima della Brexit.

Il Red Zone, ora in disuso, è invaso dalle erbacce. I weekend sono ormai rimasti orfani. Comunque il suo tempo l’ha fatto, pace all’anima sua, Amen!

Tanto all’inizio dell’estate in Umbria l’aria è talmente dolce, l’atmosfera talmente invitante  che viene voglia di darsi a baccanali, a simposi, dappertutto.

 

OUTFIT 1
Scarpe: Nike, Air Max 95, Metallic Gold; vestito: The Grande Dame, Angular Pannelled Tencel Dress su theunconventional.co.uk; anello: ring_wrap_gold_Alex and Dani

 

 

Apron belt
For Those Who Pray, Leather apron belt su theunconventional.co.uk

E perché non sembri che abbia perso del tutto il filo del discorso: io versione suora laica francescana (ma con le Chanel!) rimasta isolata, irrigidita a bordo pista. Mi si avvicina qualcuno di lato e mi abborda cosi: “What a shy princess, you seem lost…

 

 

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