Zuava

Avrò avuto sei anni quando mia nonna istigò l’idea che mi sarebbero stati bene dei “calzoni alla zuava“. L’immagine di questi pantaloni era come il miraggio di un’insegna al neon nel deserto; era come il titolo lisergico “Le mille e una notte.” Quelli che mia madre mi comprò erano stile Piccolo Lord di Mary Pickford.

 

Piccolo Lord
Little Lord Fauntleroy (1921) -Con: Mary Pickford, Claude Gillingwater, Joseph J. Dowling, James A. Marcus ~ Registi: Alfred E. Green, Jack Pickford

La prima volta che li sfoggiai davanti a tutte, monopolizzai gli sguardi e le chiacchiere; si diceva che mi vestivo troppo strana.
Nessuna mi imitò, nessuna moda di provincia decollò. In tal senso andò meglio alle Bloomer.
New England (USA), Febbraio 1851. Quando ancora le donne portavano solo le gonne, Elisabeth Smith Miller, attivista del Movimento per la Temperanza (nota 1), adottò un tipo di vestiario razionale chiamato “Vestito alla Turca” o “Orientale“: calzoni larghi legati alla caviglia con sopra un vestito o una gonna corti (appena sotto il ginocchio).

 

 

Così conciata si recò in visita da Elisabeth Cady Stanton (altra attivista del Movimento per la Temperanza e suffragetta) che adottò a sua volta il Vestito alla Turca e lo mostrò ad Amelia Bloomer, la quale, oltre ad essere attivista, era direttrice e redattrice della rivista femminile The Lily. La Bloomer iniziò a vestirsi alla turca e per soddisfare la curiosità delle sue lettrici diede in stampa la descrizione del suo vestito e le istruzioni per realizzarlo. Entro giugno molti giornali lo avevano rinominato “Vestito alla Bloomer” (l’ultima arrivata dà il nome: potere dei media). Durante l’estate del 1851 la nazione fu presa dal “tormentone Bloomer”: grandi eventi sociali, balli bloomer, picnic bloomer, riunioni e associazioni bloomer.

 

The Lily: testata
The Lily: primo giornale femminile la cui editrice era donna (Amelia Bloomer). Negli anni 50 dell’Ottocento molte donne si ribellarono alla moda costrittiva del tempo anche grazie a questa pubblicazione

 

The Lily
“The Lily”: la sua tiratura crebbe da 500 a 4000 copie al mese a causa della controversia sulla tenuta Bloomer. Sempre più curiosi partecipavano ad assemblee e conferenze delle Bloomer, ma più per osservare da vicino il loro “scandaloso” abbigliamento che per ascoltare quello che avevano da dire

 

 

Clero ortodosso e critici contro il movimento per i diritti della donna ritenevano tuttavia che indossare i pantaloni da parte delle donne usurpasse l’autorità del maschio.

Partì la macchina del fango.

 

 

Il New York Sunday Mercury pubblicò una vignetta sul Convegno dei Diritti delle Donne (Akram, Ohio, maggio 1851). Le donne erano raffigurate in calzoni tipo zuava e stivali alti, sedute a gambe incrociate che fumavano sigari. In realtà nemmeno una Bloomer era presente. Ad alcune giovani fu negata l’appartenenza alla chiesa perchè indossavano quel vestito. Si organizzarono incontri pubblici per screditare le mode passeggere e gli stessi giornali che avevano precedentemente elogiato quel vestiario cominciarono a condannare il Bloomerismo. Nell’agosto 1851 Harper’s Monthly ristampò un fumetto con annesso l’articolo di un quotidiano londinese che ridicolizzava il “costume Americano” (AKA Bloomer), e questo appena un mese dopo aver pubblicato uno schizzo del “costume Orientale” (AKA Bloomer) definendolo di gusto, elegante, grazioso. Giornali che vanno dove li porta il vento. Dopo una valorosa resistenza la stessa signora Bloomer abbandonò quella moda nel 1859.

 

 

Esteticamente, il Bloomer mi pone forti dubbi. Come un po’ me li pongono tutti i compromessi più o meno ambigui, e le cose né carne né pesce, a metà strada per così dire. Per quanto, la maggior parte delle volte, siano essi a portare da qualche parte.

Con variazioni all’interno di uno stesso stile, il mainstream della moda negli anni precedenti e successivi le Bloomer fu quello di una signora con la vita di vespa, lunghe gonne e petto in fuori.

 

 

La struttura portante di questo ideale era il corsetto. Stringeva la vita (poteva essere strizzato da lacci fino all’inverosimile: massima ambizione era di non superare i 40 cm di circonferenza) e sollevava il petto in avanti e in alto; più tardi la sua forma forzò i fianchi all’indietro e curvò la schiena a S in maniere sempre più esasperate.

 

 

In realtà il corsetto veniva stretto in media tra i 55 e i 66 cm (i 40 cm erano rari). Sicuramente spostava gli organi, causava indigestione e costipazione e poteva indebolire i muscoli della schiena. Non lasciava spazio per i feti delle donne incinte. Non è certo che causasse scogliosi, deformazione del fegato, e, meno ancora, cancro e tubercolosi. Un’ulteriore accusa senza fondamento era quella di causare l’ “ISTERIA”.

Ma i problemi con questo tipo di abbigliamento erano più stratificati.
Prima del corsetto si indossava una pantagruelica lingerie. In questo preciso ordine: 1) mutandoni megagalattici lunghi fino alle ginocchia, spesso decorati da ricami e pizzi; 2) camiciola smanicata o a mezze maniche lunga fino alla vita e oltre, decorata da ricami e pizzi; 3) calze tenute da fili e fiocchi o nastri che arrivavano fino al ginocchio o poco sopra, e che erano davvero belle (ma pare che nessuno arrivasse a vederle se non il legittimo marito al momento del dunque); 4) scarpa o stivaletto con stringhe o bottoni.

 

 

Poi veniva la gabbia del corsetto e sopra ancora, pesante, lunga fino a terra, anche accessoriata di un ulteriore attrezzo rigonfiante sul dietro detto sellino, finalmente visibile al resto dell’umanità, una gonna ampissima ottenuta con 7-8 strati di sottogonne e imbottiture. Ciò finché non si ricorse al gabbione della crinolina, dapprima gravosissima e in seguito alleggerita ma comunque, alla fine, nell’insieme un ambaradan tale da richiedere gran maestria in rituali e tecniche per camminare, sedersi, piegarsi.

 

 

Ed ecco qualche risposta ai forti dubbi che mi erano venuti sul ciclo e sugli improvvisi bisogni di far pipì di queste donne.

 

All’apparire delle Bloomer, i più conservatori protestarono sul fatto che le donne avessero “perso il mistero e il fascimo da quando avevano smesso i loro abiti dalla morbida linea.” E questo ci può stare. Ma una sbirciatina alla realtà sotto l’ambaradan di vesti mi lascia più che perplessa:

Con quella cintola artificialmente rimpicciolita, a rimetterci di più è il sedere, la cui forma schiacciata, non insolita in chi si è approfittata di soste su sedie e sofà, viene peggiorata dalla sproporzione col sopra. A Georges Méliès, regista del filmato, però doveva piacere; finì per sposarsi l’attrice, Jeanne d’Alcy, nome d’arte di Charlotte Lucie Marie Adèle Stephanie Adrienne Faës (Vaujours, 20 marzo 1865 – Versailles, 14 ottobre 1956). Magari gli avrebbero aggradato meno i fondoschiena delle donne allenate da Tracy Anderson, che con il suo metodo ricerca l’armonia e l’equilibrio di tutto il corpo.

Oltre l’impatto visivo, oltre il mantenere un corpo sano, non so come cazzo si faccia a non muoversi, a perdersi il senso della potenza che viene dal plasmare il proprio corpo, sentirlo vivo e realmente proprio.

In ogni caso, le critiche all’abbigliamento vittoriano e le motivazioni che innescarono la scintilla della Riforma Bloomer furono essenzialmente tre (e non comprendevano certo la forma del sedere):

1) Sanitarie. Era già dall’ottobre 1849 che il periodico sulla salute Water-Cure-Journal invitava le donne a sviluppare uno stile di vestiario meno nocivo per la loro salute. Nell’ estate del 1850 , il Vestito alla Turca, o Vestito Americano, venne adottato dalle lettrici del Water-Cure-Journal così come dalle pazienti negli stabilimenti della sanità. Ora, questi pantaloni turchi, finché indossati all’interno di comunità religiose utopistiche (come la Oneida Community) o all’interno di sanatori, di stabilimenti per la cura dell’acqua, o da donne che facevano esercizi calistenici in luoghi chiusi a loro riservati, provocavano solo occasionali commenti poiché non sfidavano il basilare ordine sociale. Quando i Bloomer iniziarono ad essere portati fuori da quei recinti, cominciarono a fioccare le critiche.
Il corsetto, dicevano i suoi fautori, manteneva una “buona figura verticale“, necessaria struttura portante per una società ben ordinata. La vita stretta rimanda ad una giovinezza virginale, alla fragilità e al bisogno di protezione. Il seno alzato e l’accentuazione dei fianchi e del sedere tramite il sellino e la crinolina richiamavano invece un’immagine di fertilità.

 

 2) Moralistiche. Per alcune riformiste gli strizzavita erano un pericoloso “male morale” che apriva viste promiscue sui corpi femminili, ne accentuava le curve e promuoveva superficiali flirt con i capricci della moda. Le accuse al busto&co erano insomma quelle di indecenza e di vanità. Alcune riformiste erano probabilmente quelle che oggi io definisco delle rompicoglioni: pro divieti all’alcool, afflitte da analfabetismo estetico, e dall’asfittico monopolio della praticità. A colpi di praticità dittatoriale si agonizza di bruttezza.

3) Sociali (di genere, classe, razza…). Questo punto fa sì che l’idea di considerare arpie queste donne non mi sfiora neppure. La libertà di movimento fisico ottenuta con i Bloomer divenne libertà psicologica per muoversi dentro la sfera pubblica: per studiare, per votare, per lavorare, per parlare in pubblico. Per scegliere.
A sborniarsi in devastante ed orribilissimo stile, 365 giorni l’anno era, prevalentemente, il maschio del proletariato, che (se ce l’aveva) affondava la paga lillipuziana in alcool per poi pestare le femmine.

 

Dangers-of-alcoholic-beverages
Illustrazione pro temperanza: “Through the constant use of liquor he loses, at times, all control of himself and in one of these moments kills his wife,” stampa (litografia), 1884. Courtesy of the Library of Congress, Prints & Photographs Division

 

I tappabuchi del giornale The Lily riportavano spesso storie raccapriccianti sugli effetti dell’alcool, tipo questa, del maggio 1849: “Un uomo ubriaco è caduto in un calderone di salamoia in ebollizione a Liverpool, Onondaga Co.(USA), ed è stato ustionato fino alla morte.”
Le battaglie per la riforma del vestiario, per il voto, per l’abolizione della schiavitù e quella contro l’alcool sostenute da queste donne, appartenenti prevalentemente alla classe media, divennero il fulcro per un’embrionale alleanza con chi, come loro, aveva libertà da reclamare. Era come se dicessero: “Ok, abbiamo ciascuno da ottenere delle libertà: da busti, da botte, da catene e da bollenti vasche di salamoia. Mettiamo insieme ciò che abbiamo in comune. Sarà meglio che ignorarci o beccarci come le galline“.
The Lily infatti era anche un giornale abolizionista: molte Bloomer furono antischiaviste. Se il proletariato e le donne bianche erano considerati figli di un Dio minore, subumani gli uni, gradevoli, decorative canarine le altre, i peggio messi erano i neri, catturati e trasportati come bestie, sradicati, deumanizzati e trattati come merce.

 

Fanny Kemble
Fanny Kemble, attrice e scrittrice inglese. Adottò i Bloomer e fu un’attivista contro la schiavitù. Dipinto di Thomas Sully. Image Credit: The Granger Collection, New York

 
HARRIET: una storia che va raccontata.
Eppure fu un’ultima delle ultime ad illuminare la notte della schiavitù. Harriet Tubman, nata Araminta (Minty) Ross, (nel 1820? 1821?o 1825? neanche lei lo sapeva), schiava in una piantagione del Maryland. Percossa e frustata sin dall’infanzia. Nell’adolescenza un sorvegliante la colpì talmente forte con un oggetto pesante che per il resto della vita soffrì di crisi epilettiche, forti mal di testa ed episodi di narcolessia. Sperimentò anche sogni vividi, strane visioni che interpretò come premonizioni inviatele da Dio. Con la forza e il coraggio riuscì ad avverare tali premonizioni. Nel 1849 decise di fuggire usando la Underground Railroad. Non era una vera ferrovia ma una rete di attivisti abolizionisti, itinerari segreti e rifugi per nascondere gli schiavi che scappavano verso il Nord. La Underground Railroad usava un codice interno alla sua organizzazione composto da termini ferroviari: nascondigli e case sicure = “Stations” e “Depots“, persone che portavano gli schiavi lungo la via= “Conductors“, persone che aiutavano donando denaro e cibo= “Stakeholders“, schiavi che fuggivano=”Passengers” o “Cargo“.

Underground Railroad
Underground Railroad

 

Dopo un lungo e spaventoso viaggio Harriet riuscì ad arrivare in Pennsylvania e fu finalmente libera. Ricordando l’esperienza anni dopo disse: “When I found I had crossed that line, I looked at my hands to see if I was the same person. There was such a glory over everything; the sun came like gold through the trees, and over the fields, and I felt like I was in Heaven“. Io qualcosa di simile l’ho provata solo con l’MDMA. Tornò indietro e riattraversò poi gli stati su e giù per guidare altri verso la libertà “Mah people mus’ go free“. Riuscì ad aiutarne un centinaio, tra i quali anche la propria famiglia, conducendoli di notte, a piedi, sgattaiolando stazione per stazione fino al Nord. Con se portava anche una pistola “Dead negros tell no tales“. Rischiò la vita in 19 missioni. Non fu mai presa, non perse neppure un passeggero. L’abolizionista William Lloyd Garrison la rinominò Moses; direi che è nome miracolisticamente calzante per questa Mosè che fece superare alla sua gente lo squallore del deserto emotivo e la bestialità dei proprietari e degli scagnozzi cacciatori di schiavi. Dopo la Guerra Civile visse a New York, si impegnò a favore dei poveri e fece sentire la propria voce per i diritti dei neri e delle donne.

 

 

“Fino agli anni 60 dell’Ottocento le Suffragette bianche mantennero legami col movimento antischiavistico. Poi realizzarono che avere il supporto dei neri era un ostacolo per la loro campagna: nei primi del Novecento le suffragette degli stati del nord per promuovere la loro causa al sud, dove non esistevano suffragette, usarono la motivazione che il voto delle donne bianche avrebbe controbilanciato il voto dei maschi neri. Infatti in una dimostrazione del 1913 a Washington le donne nere furono forzate a stare in dietro. Le donne di colore quindi lottarono per il voto mentre ancora avevano a che fare con un profondo odio razziale stratificato sopra all’ineguaglianza di genere.” Dall’articolo del The Telegraph,” The uncomfortable truth about racism and the suffragettes”, di Radhika Sanghani, 06 Oct 2015

 

 

Tornando alla riforma del vestiario, questa sembrò risolversi in un fallimento. I Bloomer restarono relegati alle donne che lavoravano nelle praterie, alle infermiere e alle locandiere durante la Guerra Civile (in guerra più che in amore è sempre tutto permesso).

 

 

Negli anni successivi (e fino a circa il 1910), la forma da assumere per trasfigurarsi in dee e ascendere all’Olimpo della bellezza fu quella della Gibson Girl.

 

 

Le linee si allungano, si snelliscono e si raffinano.

 

I capelli s’impilano alti sopra la testa nelle fogge Bouffant, Pompadour e Chignon.

 

Gibson Girl
Gibson Girl primi del novecento

 

La Gibson possiede un distacco privo di alterigia, emana agio, calma, sicurezza di sé. Non sembra per niente sottomessa, ma sta al “suo posto“, non pensa al suffragio e la sua realizzazione finisce tutta nell’essere sposa e mamma. Il suo è un gioco dentro al Gioco.

La New Woman invece, altra immagine femminile del periodo, cambia il Gioco. Meno disegnata (inizialmente è più diffusa come modello letterario, poi diventerà sempre più prepotentemente reale ed incisiva), più criticata (mascolina, degenere, mangia-uomini, decadente), meno posh, ma più sconvolgente. La New Woman vuole stessa istruzione, stessa libertà sessuale e stesso diritto di voto degli uomini. La Gibson veniva raffigurata a guardare con la lente d’ingrandimento gli ometti imbranati, ma alla fin fine stava ancora pettinando le bambole. La New Woman guardava batteri al microscopio.

 

 

In ogni caso la decade 1901-1910 realizzò un’eccezionale transizione nella moda anche grazie alla stessa Gibson, la cui forma di perfetta clessidra non le impedisce di essere atletica, di andare in bici nei parchi, di giocare nei campi da golf.

 

Gibson Girl
Charles Dana Gibson, per il Scribner’s magazine (1895)
Radio, NSG2
Un’altra guerra (sigh) riporta le curve Gibson in circolazione. Nel 1941 l’esercito USA viene in possesso di una NSG2, radio trasmittente d’emergenza della Luftwaffe. Gli americani vogliono ottenere un apparecchio simile e ne affidano lo sviluppo alla Bendix Aviation Limited. Nel 1942 vengono consegnati i primi esemplari. L’apparecchio viene soprannominato “Gibson Girl” per via della forma a vita stretta analoga a quella delle ragazze disegnate alla fine del ‘800 dall’illustratore Charles Dana Gibson

 

E se le Bloomer non erano subito riuscite a dividere le acque, avevano comunque piantato un seme, che costumi più sbarazzini, società col piede sempre più pigiato sull’accelleratore del mutamento e non ultimo la diffusione dello sport avrebbero contribuito pian piano a far germogliare.

 

Paul Poiret
Nel 1909 il disegnatore di moda Paul Poiret cercò di rendere popolari i “pantaloni da Harem” indossati sotto una tunica ampia e lunga, ma il tentativo di ridare vita ai Bloomer sotto un altro nome non prese piede

Annie “Londonderry” Cohen Kopchousky fu la prima donna a compiere il giro del mondo in bicicletta nel 1894, indossando una versione aggiornata dei Bloomer che divenne subito dopo lo standard dell’abbigliamento da bicicletta per le donne.

 

 

Questo tipo di Bloomer venne utilizzato anche per la ginnastica, l’atletica e altri sport. La gonna è sparita, la loro lunghezza è diminuita fino sotto il ginocchio e il nuovo nome è: Knickerbocker.

Foto satirica
Foto satirica del 1901. La paura del rovesciamento dei ruoli persiste

 

In italiano il termine  “pantaloni alla zuava” deriva dagli Zuavi, la cui divisa comprendeva pantaloni ampi a sbuffo.

 

 

Il termine “Knickerbocker” deriva dal romanzo satirico History of New York (1809), nel quale il fittizio autore Diedrich Knickerbocker (Washington Irving è il vero scrittore dell’opera) descrive eccentrici immigrati olandesi con questo tipo di pantaloni.

 

 

In inglese il termine “Plus Fours” indica dei kickerbocker allungati di 4 pollici (10 cm) per renderli più comodi (tanto che dagli anni sessanta dell’Ottocento sono stati usati soprattutto nello sport, specie il golf).

 

Plus four e knickerbocker
Modelli di plus four e knickerbocker, anni venti. Da http://www.clitt.it/contents/disegno-files/Prodotto_Moda/Percorso_Storia_del_Costume/5_Il_pantalone_nella_storia.pdf

 

In Giappone i “Tobi“, simili agli zuava, vengono indossati dai lavoratori edili, e la loro lunghezza è aumentata nel corso del tempo fino alla caviglia. Sembra che anche questi si siano sviluppati dalle uniformi militari giapponesi della seconda guerra mondiale.

 

 

Oltre il groviglio di nomi, paesi, storia e storie, gli zuava possono essere più o meno lunghi, più o meno larghi, con allacciature diverse: coulisse (chiusura a cordoncino), stringhe, fibbie, fermagli.

 

Partite da questi particolari per costruirvi lo stile. Che siano questi il LA per il vostro stile. Il diavolo è nei dettagli: luogo comune che qui calza a perfezione.

Suggerimenti generali per la mia mecca di stili kickerbockeriani-plusfouriani-zuaveschi:

  • Mettete pace tra due nemici, indossando un corsetto moderno o un corpetto sopra agli zuava.
  • Abbinateli con camicie, quelle con le maniche a sbuffo, con dei colli alti, importanti o quelle da uomo con la cravatta.
  • Indossateli con delle giacchette stile neo-vittoriano. 
  • Armateli (richiamate una divisa) con giacche, cravatte, bretelle, cappotti militari.
  • Ispiratevi al “trajie de luces“, gilet+giacchini+cravattino.
  • Abbinateli con zeppe, décolleté, ballerine se siete magre.
  • Ci stanno benissimo anche gli stivali.

Non siate troppo “monella”, o troppo equestri-campestri, o troppo gothic o bondage o steampunk o cosplay: evitate il ridicolo, evitate la scontatezza ingenua delle banalità, delle prime opzioni che saltano in mente. Lasciate stare le mascherate e le divise per dove e quando servono, io qui parlo di Stile.

Accogliete e vagliate idee diverse dalle vostre. Non siate monolitiche, non ingabbiatevi, accogliete la complessità. Ciò non toglie che potete prendere a prestito singoli pezzi e idee dalle mascherate e dalle divise per ricombinarli più personalmente.

 

OUTFIT
Zuava: Yves Saint Laurent; camicia: Premier; giacca: H&M; scarpe: Charlotte Olympia; Cravatta: Kohls.com; Cappello: indigeni Otavallo (Ecuador) Ciervo

 

OUTFIT
Cappotto: Jamie Wei Huang; top: shop.lekanyc.com; zuava: Phillip Lim (phillip-lim-seconda-mano-stilight.com); scarpe: Dr. Martens 906kr; borsa: 7007ebay

 

OUTFIT
Giacca: Dry Lake; pantalone: maskworld.com; ciglia finte: Huda Beauty Coco Lashes; stivale: Louis Vuitton; bretelle: Brucle; maglia: Creatures of Comfort; fascia stretta per capelli, Le Kikke, da regalaregali.it

 

OUTFIT
Pantaloni: Yohji Yamamoto; bomber: Moncler ; anello: Anissa Kermiche; scarpe: Louis Vuitton; T-shirt: shop.spreadshirt.com; calzettoni: Calzedonia

 

OUTFIT
Pantalone: Chloè; corsetto: shop.lekanyc.com; ciondolo: Anissa Kermiche; zeppe: Diane von Fürstenberg; ; sandali: Dolce & Gabbana

 

OUTFIT
Giacca: Burberry; Pantalone: Prada; camicia: River Island; scarpe: Laboutin; rossetto: Maybelline n° 886; ombretto: Stroke of Midnight, Clinique; forcine per capelli con perle: ebay.com

 

Di zuava propriamente detti, se ne trovano pochi in giro, io ne ho comprato un paio in un negozio di vintage-usato (non hanno più neanche l’etichetta della marca). Se li volete, andate per mercatini e negozi vintage.

Zuava
Zuava: particolari dorati sulle tasche, bottoncini sferici nelle allacciature.

 

La storia dei miei zuava finisce con mia nonna che lacrima d’emozione quando me li vede addosso per la prima volta; ed è l’unica storia davvero conclusa.

La schiavitù negli Stati Uniti fu ufficialmente abolita nel dicembre 1865.

Il suffragio femminile negli Stati Uniti è del 1920. Occorsero altri 45 anni per il Voting Rights Act del 1965, che assicurò meglio il diritto di voto alle donne nere abolendo deterrenti all’affluenza come test di alfabetizzazione e tasse sul voto.

 

First African American women to vote
Prime donne afroamericane a votare in Virginia a Ettrick, 1920. da https://www.teenvogue.com/story/womens-suffrage-leaders-left-out-black-women

 

I have a dream… proclamava Martin Luther King nel 1963. Si è realizzato quel sogno?

 

Beyonce
Beyonce, Super Bowl Tribute, 2016

 

Suffragio
Mia nonna era nata nel 1925, dunque senza avere il diritto di voto. Senza andare a guardare paesi “esotici”, all’interno della nostra penisola c’è uno Stato in cui non esiste ancora suffragio femminile, anzi non esiste proprio suffragio: Città del Vaticano

 

Il femminismo ha ancora il suo da fare: alla parola “femminismo” io preferisco il termine “sisterhood” (ho una leggera allergia agli ismi); il termine femminismo intersezionale sembra il nome di una malattia, da lasciare nelle aule di sociologia.
Il Proibizionismo durò dal 1920 al 1933; da subito ci si architettò facendo incetta delle casse di alcolici ancora in circolazione a scopo di scorta in vista della stagione di siccità all’orizzonte. Dato che la legge permetteva l’uso personale di alcol dietro prescrizione medica, il numero di nuove prescrizioni lievitò vertiginosamente. Ma il grosso del lavoro sporco per riequilibrare domanda e offerta spettò ai gangster che fecero proliferare gli speakeasies, bar segreti dove era possibile sbevazzare e godersela insieme.
Al Capone & Co. utilizzavano i Rumrunners, contrabbandieri di rum dai Caraibi, oppure sequestravano il Wiskey del Canada. Ci si poteva anche rifornire da distillerie clandestine. Tra gli agenti che dovevano far rispettare la legge il tasso di corruzione era enorme.

 

IL GLAMOUR ERA ALCOLICO.

 

 

Sempre più voci si alzarono contro il proibizionismo. Crisi economica del 1929, disoccupazione dilagante, Stato che ha bisogno di entrate fresche. Idea, tassiamo l’alcool: il proibizionismo era al capolinea.
Ma altri proibizionismi sono in agguato. Oggi, per esempio si parla di digital temperance… CHEERS!

 

 

Bibliografia

https://www.thoughtco.com/history-of-prohibition-177925

https://www.teenvogue.com/story/womens-suffrage-leaders-left-out-black-women

https://www.vogue.com/article/african-american-suffragists-women-voting-rights

 

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