7 Jeans per 7 Sorelle

Denim: americanizzazione del francese serge de Nîmes (tessuto di Nîmes), città di tessitori in Provenza. La parola denim, per indicare pantaloni fatti con quella tela robusta, compare nel vocabolario inglese nel 1868.

Blue Jeans: da bleu de Gênes ovvero blu di Genova, dal cui porto  iniziò nel XVI secolo la grande esportazione di questo tessuto blu, in particolare verso l’Inghilterra. I marinai di Genova sono stati i primi ad indossare pantaloni realizzati in denim.

Sarà  Levi Strauss assieme al sarto Jacob Davis nell’America di fine Ottocento a dare il via alla fortuna e al mito dei jeans.

1. Skinny Jeans

I pantaloni skinny furono portati sulle passerelle dal designer francese Hedi Slimane, durante il suo periodo di lavoro per Dior Homme nei primi anni del duemila.

Sono diventati uno dei capi d’abbigliamento emblematici degli anni dieci del duemila, coda lunga degli Hipster, di cui vorrei rimanessero le barbe, che invece stanno sfoltendosi.

L’anno scorso mi è capitato di vedere frotte di alunne pre/e adolescenti vestire tutte in skinny jeans abbinati ad Adidas Superstar o Converse All Star e parka verdi. Qua e la qualche unicorno, qualche Dr.Martens e qualche capello rosa o rosso. In Italia si sono fatte uscire le divise scolastiche dalla porta ma sembra che siano rientrate per la finestra. Evidentemente a quell’età si è ancora in cerca della propria identità all’interno di un gruppo, “un’identità per addizione“. Il gruppo però ha anche la funzione di escludere chi non ne fa parte (in questo caso gli adulti) creando “un’identità per sottrazione“.

Nell’epoca promotrice del pluralismo dei corpi, gli skinny e i leggins sono diventati il rivestimento conformistico e ahimè in alcuni casi orribile a portata di mano per tutte. Mi sfugge perché li si debba indossare anche quando stanno in maniera terrificante; non basta insaccarsi negli skinny per una palingenesi del mondo. Le più giustificabili sono le adolescenti in cerca di identità per addizione. È un truismo dire che in certe situazioni sarebbe bene optare per altri tipi di jeans, anche quando non sono “di moda” (phuà!).

Preferisco gli skinny a vita non ascellare, di denim blu scuro, privi di strappi fasulli, ben modellati ed aderenti al proprio corpo.

OUTFIT
Camicetta: One Shoulder Stripe Shirt, shop.nordstrom.com; jeans: Shaping Skinny Regular, H&M; felpa: Women Hoodies Sweartshirt, Romwe; scarpe: décolleté in vernice con suola leo, Dolce e Gabbana; borsa: borsetta tracolla, Miss Selfridge; bracciale: corallo bianco e ciondolo Mano di Fatima, Marta Gelmi

2. Jeans a sigaretta

Legherò per sempre questo tipo di jeans ad una liceale francese di Avignone che avevo conosciuto durante uno scambio di classe. Stava al centro dell’attenzione nel cortile della scuola, con nonchalance, blasée. Indossava i suoi jeans dritti con un lupetto semplice, una cinta larga, una giacca e delle polacchine ai piedi.

Sono un classico. Un passepartout. Esistenziali. Degli assi cartesiani.

Meno sono tagliati da donna, meglio è. Qualche strappo non distruttivo può starci bene.

OUTFIT
Dolcevita: (Correre-maglione), MAX&Co.; jeans: 315 Levi’s; giacca: ONLNICOLE – Blazer, Only, Zalando; scarpe: polacchine stringate donna, kikkiline.it; cintura: Vanzetti, Zalando; anello: Unisex in acciaio liscio, ebay.it

3. Jeans a zampa

Negli anni precedenti l’ascesa e l’invasione degli skinny, sono andati per la maggiore un tipo di jeans a vita bassa svasati sul fondo (i boot-cut). Ma è agli anni ’70 che subito va il pensiero al solo nominare i jeans a zampa d’elefante. Non esagerate calcando la mano con lo stile hippy, dato che in quegli anni le urgenze politiche hanno fatto qualche danno estetico di troppo.

Stanno bene con camicette eleganti, zeppe ricercate, capelli raccolti.

Con una T-shirt slim-fit e sneaker a suola media o alta.

Con il sopra di un bikini o un top corto.

OUTFIT
Top: One-Shoulder Top, Wrap Me in Love, shop.nordstrom.com; jeans: Lukybrand; scarpe: Strapped Women’s Sneaker Boots, Puma; anello: 925 Sacred Heart – Miracle; rossetto: Jelly Stylo 03coral, Kiko

4. Jeans anni ’50

Il rock. Inculato ai neri e spacciato per proprio dai bianchi, con tanto di autocelebrazioni: nel 2004 si è festeggiato il suo cinquantesimo anniversario. Nel 1954 uscirono, infatti, Rock Around the Clock di Bill Haley e That’s All Right Mama di Elvis Presley.

Appropriazione creativa e originale?

Ascoltare Rocket 88 di Ike Turner’s (1951, rhythm and blues…) per decidere. Per me è come quando ad un prodotto già in circolazione, si cambia qualche ingrediente, si fa il renaming e lo si riimette sul mercato come nuovo. Dieci e lode in Tecnica Pubblicitaria ai bianchi. La carica sessuale di Elvis Presley che balla Jailhouse Rock (1957), benché irritante e scandalosa per parecchi genitori, fu più digeribile (vendibile) cantata da un viso pallido.

La gioventù bruciata, le icone cinematografiche come nuovi dei: Marlon Brando, James Dean, Marylin Monroe. Le porcherie e le menzogne accumulate sotto il tappeto cominciavano a fare cuccù. La prima generazione a rompere con i padri, deviante, insofferente a famiglie intrappolate in un idillio soporifero e falso. Nel film Rebel Without a Cause si accenna al tema dell’omosessualità con il personaggio di Plato.

L’adolescente diventa l’altro di cui aver paura. Anzi, si dice che l’adolescenza sia stata “inventata” in questo periodo. Il prolungamento degli studi, il maggior tempo libero a disposizione e più soldi da poter spendere, la rendono una fase di esplorazione e di espressione frenetica e alquanto libera. I genitori che passavano la staffetta diventano quelli che passano i bubboni.

Dagli anni ’50 in poi sarà un fiorire di subculture giovanili, tra le quali una incredibilmente nostrana: i Paninari.  Ogni volta che analisi sociologiche e marketing metteranno  una subcultura sotto la lente di osservazione, questa come un’elettrone si sarà già spostata o avrà esaurito la sua linfa vitale.

OUTFIT
Giubbetto: Schott JENNA Nero, orcasdigerati.com; jeans: Levis Vintage Clothing 1950’s, 701, goodhoodstore.com; scarpe: Golden Age Hollywood, goldenage.la; giubbetto rosso: Bomber By Schott Bordeaux, orcasdigerati.com; T-shirt: Fruit of The Loom; orologio: etsy

5. Skin Head

Ed eccola una subcultura giovanile, nata a Londra nella metà degli anni ’60 per distaccamento della costola povera dei Mods. Questi Mods working class, vivendo negli stessi sobborghi degli immigrati caraibici, ne assorbirono mode e suoni (soul, ska, reggae). I capi di abbigliamento che adottarono per il loro look sono uno più perfetto dell’altro. Alcuni di questi se li portarono dietro dai Mods, altri come le bretelle e la coppola siciliana erano appropriazioni dai Rud Boys giamaicani.  L’abitudine di rasarsi la testa (da cui il nome)  era igienica per il lavoro in fabbrica e utile durante le risse per strada. È solo dagli anni ’80 che questa subcultura originariamente multiculturale si è incollata alle svastiche, al razzismo, all’estrema destra nazista e fascista. Amy Winehouse (tra l’altro di origine ebraica) indossava le polo Fred Perry e le bretelle stile skinhead ma a posto della rasatura o del Chelsea cut, sulla testa innalzava una pettinatura a nido d’ape che divenne sempre più iperbolica al crescere del suo disagio.

OUTFIT
Giacca: Harrington Ricamata Amy Winehouse, Fred Perry; jeans: 501 Original, Levi’s (da risvoltare alti stile Skin head); camicia: Bowling Shirt In Tartan Amy Winehouse, Fred Perry; scarpe: Dr. Martens 1490 smooth; bretelle: Made In England, Fred Perry; foulard in seta Amy Winehouse, Fred Perry; eyeliner: Scandaleyes Bold Rimmel London; orecchini: Dodo

6. Loose fit, Baggy Jeans (e Sagging Pants)

Sono andati a braccetto con l’ Hip Hop insieme al quale si sono diffusi tra la fine degli anni ’80 e durante tutti gli anni ’90. Sapevo che i pantaloni estremamente larghi e poi sagging pants (a bracalone) derivavano dall’ambiente carcerario dove ai detenuti, cui era proibito indossare cinture, venivano fornite uniformi taglia unica che cascavano addosso. Oppure in una versione leggermente diversa: al momento della “spoliazione” le cinture e i lacci delle scarpe venivano tolti e i calzoni cadevano giù. Una volta tornati nel mondo fuori continuavano ad indossare pantalomi a bracalone e sneakers slacciate come marchio di fabbrica del loro passaggio in prigione e come segno di appartenenza alle street gangs. Secondo un’altra versione ancora, sicuramente sconosciuta a parecchi etero, il sagging all’interno delle carceri indicava la propria disponibilità sessuale ad altri compagni. Quasi tutto quello che riporto è una traduzione riassunto dell’articolo Sagging Pants And The Long History Of ‘Dangerous’ Street Fashion”  che consiglio vivamente di leggere.

Ho saputo che in alcune cittadine USA nel 2013 furono emanate leggi che proibivano i sagging pants (sanzionati con una multa da 500 dollari o sei mesi di prigione). Ho saputo che i ragazzi che indossavano pantaloni sotto le natiche non piacevano neanche al presidente Obama. Che certo però non si è sognato di farci leggi proibizioniste.

Secondo Tanisha Ford storica all’Università del Massachusetts e ricercatrice di moda non c’è alcuna prova certa che il sagging sia iniziato dalle prigioni. Secondo la Ford l’origine dell’associazione tra abbigliamento molto largo e criminalità risale agli anni ’30, quando neri e messicani-americani in California iniziarono a indossare i completi zoot: giacche oversize e pantaloni larghi che si restringevano alle caviglie. Lo zoot nacque dall’improvvisazione. Molti di questi ragazzi non potendosi permettere dei sarti, andavano nei negozi di articoli usati per poi farsi restringere i pantaloni dalle mamme e dalle zie.

Luis Alvarez storico all’Università della California, autore del libro The Power of the Zoot, ritiene che l’origine dei sagging pants come quella del completo zoot sia alquanto nebulosa. Forse il completo zoot veniva indossato perché appariva migliore quando si facevano piroettare le ragazze sulla pista da ballo. Un tizio gli ha detto di aver copiato il completo largo che Clark Gable indossava in Via col vento. Quello su cui non c’è dubbio è che il look zoot fu diffuso dai musicisti jazz neri. Oggi questi completi sono il sinonimo del cool della Jazz Age e della Seconda Guerra Mondiale. Ma allora erano visti come il guardaroba di delinquenti neri e messicani americani e dei membri delle gang: i molti oppositori li vedevano come segni del declino morale.

Man mano che la guerra infuriava arrivarono razionamenti rigidi sul tessile e sul vestiario che fecero indignare ancora di più gli oppositori dello zoot: quello sfoggio di vestiti larghi e voluminosi era un affronto agli obiettivi bellici della nazione. Nel ’42 e ’43 ci fu un punto di rottura. La rabbia esplose in violenza a Los Angeles, quando bande di bianchi e ufficiali di polizia iniziarono a picchiare neri e messicani vestiti in quello stile. Le persone furono tirate fuori dalle automobili e prese a pugni dalla folla o bastonate per le strade. Molti furono spogliati dal loro completo e i vestiti furono dati alle fiamme.

L’aura di mistero, la nebbia sulle origini di certe subculture e relativi stili di vita e vestiario non fa che aumentarne l’attrattiva e probabilmente è un bene che la nebbia non si diradi mai del tutto. Fa mantenere un certo potere dato dall’inespugnabilità.

OUTFIT
Giacca: Burberry; jeans: loose, Victoria Beckham, mytheresa.com; felpa: Archive Women’s Tipping Crew Top, Puma; scarpe: Classics Revisited Wu-Tang per Nike Dunk High (1999); citura: Off-White; collana: Masked Man Goon Chain Mcsays Iced Out, Amazon

7. Salopette Jeans

In inglese chiamata overalls,  ossia che si mette sopra a tutte le altre cose, in francese salopette dal verbo saloper, (salir) ossia sporcare, imbrattare.

I primi modelli “moderni” di salopette risalgono agli anni ’30 dell’Ottocento quando la pettorina era un pezzo separato cucito alla vita dei pantaloni. Negli anni ’50 dell’Ottocento diventa un pezzo singolo da indossare sopra i pantaloni. I colori vengono standardizzati: bianco per gli imbianchini, a righine per i ferrovieri e nei toni del blu per tutte le altre categorie di lavoratori. Tra il 1891 e il 1916 il tessuto più comune per fabbricare salopette divenne il denim. Nel 1872 Levi’s aveva aggiunto dei rivetti di rame nei punti più soggetti a tensione.

Distaccatasi dal mondo del lavoro di operai, minatori e agricoltori la salopette ha perso ogni “brutalità”, ogni puzza di grasso e sudore ed è diventata un indumento spensierato, brioso e scaltro. Con una certa aria di indolenza alla “Trinità” (Terence Hill).

Aborrire modelli hipster che ancora circolano (basta al cubo). A proposito degli hipster sembra che (forse) si facessero i risvoltini per far vedere la cimosa (vedi conclusioni).

OUTFIT
Salopette: Stella McCartney; scarpe: ankle boots, Off-White; cappello: Siculamente.it; bracciale: Buddha to Buddha armband, watch4jewels.nl; bracciale: Chaine d’Ancre Punk bracelet, large model, Hermès Paris; Ombretti: Eye Shadow X 29, Lo-Fi, Jeremy Scott, Mac

Conclusioni

Per chi cerca jeans di qualità oggi deve rivolgersi soprattutto a quelli giapponesi. Sono infatti questi ad essere ancora fabbricati su telai a spoletta, dismessi  dagli USA dal dopoguerra in poi a favore dei telai a proiettile che permettono di realizzare un prodotto più economico ma di inferiore qualità.

La qualità del jeans è fatta di grammatura, ossia numero di fili utilizzati nella tela:

11-12 once. (Oggi esiste l’elasten utilizzato per gli slim fit)

13-14 once, peso originale del denim

19-21 once, massima grammatura difficile da trovare, per ricercatori

Poi vengono altri dettagli come il row, cioè jeans non trattati; e salvage o cimosato, ossia jeans realizzati con un unica pezza di tessuto dell’altezza di 70 cm su telaio a spoletta. La cimosa è il bordo esterno del pantalone e ne fa riconoscere la qualità.

Bibliografia

http://www.ilpost.it/2017/12/02/jeans-pregiati-stat-uniti/

https://blairmountainreenactment.wordpress.com/2011/05/10/the-history-of-overalls/

https://www.theguardian.com/music/2004/apr/16/popandrock

https://mashable.com/2016/03/29/british-skinheads/#XlUnIvmVMgqo

https://blog.zooppa.it/2009/12/il-jeans-e-la-cimossa-colorata-una-storia-originale/

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