Crick

Un’estate provai una lezione di kickboxing in palestra offertami da un’amica. Poco dopo la lezione sentii un crick alla schiena, che per la sera era diventato un dolore alquanto fastidioso. Mi allungai sul divano a pancia in giù e la mia amica mi applicò una borsa di ghiaccio sulla parte dolorante. Ci addormentammo tutte e due davanti la TV accesa.

A notte inoltrata mi risvegliai provando qualcosa di strano. Tolsi immediatamente la borsa dalla schiena e specchiandomi vidi una macchia rossa, un principio di ustione da ghiaccio (l’avvertenza sul sito che avevamo consultato diceva di tenere la borsa per 15 max 20 minuti). Riuscii da sola a spalmarci sopra del Foille. Merda, merda! ma che cavolo, che deficiente che sono stata…mentre stavo tornavo incavolata nella sala illuminata solo dalla luce della TV, sbattei la caviglia contro lo spigolo di un mobile.

Il dolore fu tale da impedirmi di riappoggiarla. Dopo un’ora la caviglia era un palloncino. Mentre la mia amica guidava verso il pronto soccorso pensavo: “se la caviglia è rotta devo stare ferma per mesi, forse mi ingessano (ma si ingessano le caviglie?), un tutore forse, estate immobilizzata, rabbia, odio”. Mentre aspettavo, seduta su una sedia a rotelle, il responso della radiografia, mi stavo annoiando e mi calmai solo pensando che la dottoressa e la radiologa erano state gentili come angeli.

La caviglia non era rotta, c’era una brutta contusione: ghiaccio (e stavolta ci sarei stata attenta), crema e OKI (santo subito).

La mattina dopo mi sentivo una belva in gabbia, incatenata. Andai al bagno con le stampelle per rispalmare del Foille dietro la parte bassa della schiena (che stava parecchio meglio) e poi sempre stampellando mi diressi in cucina.

Mangiai pane e olio, uno cibo della mia infanzia per calmarmi, mezzo melone, e poi tornai a letto. Mi distesi e applicai la borsa del ghiaccio sulla caviglia. Accesi una sigaretta per sfogare il ribollire che mi sentivo dentro. Guardai i testi di “Diritto dell’Informazione e della Comunicazione” che aspettavano di essere studiati.

Avevo davanti a me un’estate all’inferno, l’inquietrometro interiore stava sballando.

Per il pomeriggio la caviglia era diventata una mongolfiera, nonostante le applicazione di ghiaccio cronometrate. Mi sedetti in balcone con un cuscino dietro la schiena e un altro sotto la gamba sollevato sul muretto.

La signora affacciata di sopra, guardando la mongolfiera di carne d’un colore indefinibile mi chiese con apprensione come andasse e poi disse che secondo lei era da “siringare”. “Ossia?” dissi io. “Ma come, aspirare tutto quel liquido fuoriuscito con una siringa! io glielo avrei chiesto!” disse lei. E certo, potevo anche chiedere di amputarmela. Che orrore. Siringare. Tornai distesa a letto.

E ora? mi chiesi, mentre il mostro del Diritto incombeva dallo scaffale sopra la scrivania, dove l’avevo spostato a fatica in preda ad una crisi di nervi. Ma porco cavolo, pensai. Solo incatenata così potevo costringermi a studiare diritto durante d’estate. E allora sì! sarebbe stato legge di giorno e senza tetto e legge di sera, sbraco totale sul lettone, anarchia! bivacco! canottiera e mutande!

Mi venne in mente James Stewart ne “La finestra sul cortile”. Mi feci portare pile di best seller thriller americani. James Ellroy; e poi film thriller.

Emozioni, il gusto d’indagare, di scoprire, della suspence.

Decisi anche di applicare sulla mostruosa caviglia a forma di elefante di Chernobyl dell’Arnixine, che è arnica per cavalli. Tanto sempre fra mammiferi siamo, no? Le sere dei fine settimana erano le più deprimenti. Guardavo la gioventù impupazzata uscire per iniziare la serata e mi dicevo via, via, non stare a rosicare, rientra nella mente di qualche serial killer piuttosto. Più che un’estate all’inferno fu un’estate al purgatorio, fu un’estate di Ellroy, assassinii, scazzinaggio del vicinato, arnixine, meloni e diritto.

Ellroy è uno che è riuscito a non farsi risucchiare dagli avvenimenti drammatici della sua esistenza, o almeno, non farsi fagocitare. Ha trasformato le sue ossessioni in letteratura. Non so, è sublimazione questa? forse è il riuscire a convincersi che qualsiasi cosa ti capiti, tu sei più grande di quella cosa.

Finalmente potei di nuovo appoggiare la caviglia. La prima volta che tornai a correre, sentii l’osso strano, come irrigidito: prenditela con comodo baby, venti minuti e a casa. Una macchia marroncina, la “scottatura fredda” dietro la schiena, ci mise un’annata a scomparire del tutto. Quando sentii che la caviglia era tornata perfetta, la prima cosa che pensai fu: ed ora tacchi, tacchi!

 

OUTFIT
Reggiseno e slip: Sloggi; ciabatte: artimondo.it; canottiera: dragqueenmerch.com; barattolo: arnixine gel for racehorses: cuscino: wonder woman symbol dc comics toys ebay.it

 

Sembra assurdo che ricordi il crick sulla schiena e il dolore sordo alla caviglia ma non ricordi nulla dell’infortunio più grave che ho avuto in tutta la vita.

Anni fa fui investita a Perugia da un pirata della strada. Ricordo che camminavo davanti mio fratello. Poi black out. Riaprii gli occhi lunga sull’asfalto mentre il campo visivo mi si allargava poco a poco. Pensai: sono ancora viva. Sentii le voci di chi mi aveva soccorso, e ricordo un asciugamano che mi tamponava amorevolmente il sangue che scorreva lungo il volto. Poi la corsa in ambulanza con gli infermieri ( o dottori?) che continuavano a farmi domande, con chi vivi? cosa studi?, e che io in qualche modo riuscivo a rispondere. Fui messa dentro la macchina per la Tac, e ricordo i complimenti perché avevo un bel torace (con l’aria che tira oggi qualcuno avrebbe potuto accusarli di sessismo o molestie verbali, ma a me fece ultra piacere, fu un modo, da parte loro, per farmi riaggrappare con più forza alla vita). Ricordo la polizia che mi chiedeva se fossi in grado di riconoscere il tipo di vettura che mi aveva investito. Ma io niente, niente…forse mio fratello. Se ne andarono con le facce impietosite, anche perché, capii dopo, avevano visto la mia di faccia. Fui ricoverata al reparto Otorinolaringoiatra. Quella notte ebbi il mal di testa più colossale mai avuto.

Il mattino dopo trovai al capezzale i miei genitori accorsi a Perugia. Al bagno mi specchiai. La faccia non c’era più, gonfia, pulsante, bozzosa, un occhio chiuso e uno semiaperto. Avevo i capelli, molto lunghi al tempo, aggomitolati e spiaccicati di sangue scuro coagulato. Lavai i capelli con il sapone, li pettinai in due trecce. Alé! La trasformazione in Pupazzetta Assassina da film horror era completa.

Incazzatissima e viziatissima gridai ai miei che avrebbero dovuto pagarmi una plastica facciale. Mio padre rispose di non preoccuparsi ora per questo. Poi il dottore disse che non ce ne sarebbe stato bisogno, che le ferite non erano estremamente profonde, che erano solo ematomi, e che loro avrebbero fatto un bel lavoro. E lo fecero. Ricordo elettrodi attaccati al cervello ed esami ultra accurati. Il mio corpo era intatto, l’unico osso che dopo ulteriori esami risultò rotto fu la piramide del naso.

Per assurdo il naso era l’unica parte del volto che sembrasse integra, intatta e senza il minimo dolore. Incazzata e furibonda seppi che per rimettere a posto quell’ossetto che sembrava inesistente mi aspettava un’operazione. Per lungo tempo mi restò addosso la paura di essere investita quando camminavo per strada, e soprattutto, assurdo, un certo panico quando viaggiavo in macchina ed erano altri a guidare. Tutto sommato non era molto, in fondo.

L’impatto per me non è mai esistito perché il mio cervello si è auto regatalo la cancellazione totale del file. Privilegio non concesso a mio fratello, che una sera a cena tra amici, raccontò che quel giorno aveva sentito dapprima una botta fortissima e poi di avermi vista planare con la faccia sull’asfalto dandomi per morta. Durante la cena ridemmo quando lui disse: “mia sorella è come un gatto, ha sette vite”. E l’unica immagine che ho di quell’accaduto è quella che ha mio fratello, e mentre scrivo la rivedo, come l’ha raccontata lui, la risento più di quella sera a cena e brrr… sposto l’attenzione alla prossima frase. Mi è rimasta una lievissima cicatrice sopra l’occhio sinistro che (culo) è in parte coperta dal sopracciglio. Mi è rimasto l’asse della faccia lievissimamente spostato. ma che fa figa agli occhi di chi se ne accorge, fa feroce invalida di ritorno dai paesi caldi.

Forse il cervello non si spreca a fare il rifiutologo a casaccio.

È vivo in me il ricordo del giorno in cui sentii che qualcosa di molto brutto mi stesse accadendo, mentre tornavo a piedi a casa dopo essere scesa alla stazione metro di Kilburn a Londra.

Da un paio di giorni sentivo una fiacchezza d’animo e di fisico. Dissi alla mia landlady di sentirmi malissimo e di aver bisogno di essere visitata da un medico. Scrisse una lettera e la mise in una busta, dandomi l’indirizzo dove avrei dovuto recarmi.

La mattina dopo avevo la febbre alta, e sembrava che un tir mi fosse passato sopra. M’infilai il giubbettaccio finto-anni-settanta sopra il sopra del pigiama, misi dei pantaloni neri sintetici e le Nike ai piedi. Il tragitto sul bus fu terribile. Morirò qui su questo bus, pensavo, sola tra sconosciuti e non saprò mai di che cosa. Stavo talmente male che anche il pensiero triste di morire giovane passava in secondo piano. Arrivai nella stanza d’attesa dell’ambulatorio in semi coma. C’era un ragazzina con il figlio piccolo moccioloso nel passeggino, un nero con la faccia più lunga della mia, un alcolista che vedevo spesso davanti ai supermercati a chiedere l’elemosina, con la lattina di Tennent’s perennemente in mano; poveri, tutti poveri, e depressi (quando facevano le analisi delle acque del Tamigi, trovavano ogni anno livelli crescenti di Prozac e cocaina).

Il quartiere è popolare, ma quel giorno vedevo tutto più degradato, vedevo sguardi da senza vie di scampo al proprio miserabile destino. Che sentivo di condividere; tutti assieme sulla stessa barca. Al dottore che mi chiese quale fosse il problema, dissi di sentirmi a pezzi, debolissima, stanchissima e con il mal di gola. Dovetti sembrare molto melodrammatica. Lui mi spalancò la bocca, diede una guardatina dentro e disse: “Tonsillitis”. Scrisse una ricetta, me la consegnò e bye bye, end of the story.

Mi trascinai al reparto prescrizioni di una farmacia Boots dall’altro lato della strada. Le pasticche di penicillina mi furono date contate, non una di più, non una di meno. Pagai (non poco, questo sì) solo quelle. La boccetta in cui vennero messe era proprio figa. I medicinali in Inghilterra non sono per niente seriosi, gli sciroppi rosa sembrano quelli dei giochi dei bimbi. Il viaggio di ritorno, benché mi sentissi forse anche peggio, ebbe un altro sapore. Sapevo di non stare per morire e avevo la cura  per la tonsillite in una graziosa boccetta. Pigiama, penicillina, controllata alla gola: una colonia di placche biancastre ammassate a blocchi. Prima volta in vita mia. Il mattino dopo mi fu recapitato un mazzo di fiori e una scatola di Maltesers da parte di Kitty, la capo ufficio del posto dove stavo facendo uno stage. Voglio vedere chi ha mai avuto un capo ufficio così.

Maltesers
Maltesers Gift Box 360g

Durante il giorno cominciai a stare un po’ meglio; tornando da una visita in bagno, mi accorsi che sulla mensola all’inizio delle scale c’era, tra decine e decine di manuali di self help in inglese, un’antologia di poesie in italiano e un altro libro scombinato con il resto, “I persuasori occulti” di Vance Packard, sempre in italiano. Presi le poesie e torni a letto. Sfogliai. Trovai Quasimodo, Varvàra Alexandrovna, poesia mai letta ne sentita nominare. Lessi:

“Un ramo arido di betulle batte
con dentro il verde su una finestra a vortice
di Mosca. Di notte la Siberia stacca il suo vento…”

C’è lui molto malato in un letto d’ospedale, c’è la guerra, c’è l’infermiera Varvàra Alexandrovna che lo assiste amorevolmente. Toh! Sincronia.

La sera arrivò il mio sweetheart. Si sedette accanto al mio giaciglio. Che caro, non aveva paura d’infettarsi, io non so se lo avrei fatto a posto suo. Mi chiese dei fiori e delle Maltesers. Dissi che me li mandava Kitty. Che cara, rispose lui.

“Posso aprire la scatola delle Maltesers?” disse lui

“Si si, fai pure” dissi io

“Che stai leggendo?”

“Salvatore Quasimodo, la poesia Varvàra Alexandrovna”

“Me la traduci?”

An arid branch of…com’è che si dice…some kind of tree beats on a window in Moscow…with green inside…naah troppo difficile. Quasi meglio googolarlo.

Gli feci un riassunto della situazione, dei pensieri del poeta e poi gli feci leggere l’ultima strofa in italiano, dato che lo stava studiando. Aveva deciso di studiarlo quando gli era capitato di imbattersi nella parola bellissimo e si era detto che una lingua con una parola così particolare, lunga, e con lettere stranamente doppie, meritava di essere approfondita.

A me invece dell’inglese piacevano le parole corte, con le k, come crock, crak, crik. Comunque, sembrò capire “sei una moltitudine di mani che cercano altre mani“, e fece una faccia deliziata. Mi rimboccò il piumone e mi diede la buona notte. Durante la notte andai in bagno. Mi specchiai, e mi vidi smunta e pallida, ma bellissima. Che sballo, mi dissi, sono pensata, sono amata. Ecco come si diventa più belli Essere soli e non amati è la bruttezza, è la morte. Mi riimbabagiai sotto il piumone con un sorriso beato.

Il giorno dopo mi tornò l’appetito. Pensai di riaddolcire l’esistenza con le Maltesers. Quando aprii la scatola mi accorsi che ce ne erano rimaste due. Che cavolo… lasciarne zero avrebbe significato livelli di spudoratezza manifesta, una sarebbe stato come dire “vedi, sono ingordo ma un pensiero per te è rimasto”, due è paraculo, da un’idea del mucchio senza esserlo, è ambiguo. Preparai un tè sublime, di quelli che fanno smettere di pensare che la vita sia tutta un tribolo, e lo accompagnai con dei McVitie’s.

Quando quella sera sweetheart aprì la scatola di Maltesers ebbe la terribile sorpresa di trovarla vuota e ne fu molto urtato, disse: “fuck!”  (parola corta e con la k). Credetti che se lo avessi toccato con la mano avrei avuto il potere di dargli una scossa elettrica. Naah, mi sentivo ancora troppo debole.

 

OUTFIT
Kimono: seeker-us.com; ciabatte: Givenchy; pigiama: cafepress.com; barattolo: Maltesers formato party

 

 

 

 

 

 

2 pensieri riguardo “Crick

  1. Dai,è andata bene con l’incidente! Ricordo un’amica che ha avuto un calcio di cavallo in piena faccia: risultato altamente coreografico, ma in due mesi era come prima! I danni al viso talvolta sembrano terrificanti e poi si dileguano…

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