Rituali

1. Farsi il nodo della cravatta. Per il 90% dei maschi che conosco è una schiavitù, eludibile appena possibile, o da aborrire vita natural durante.

Una cupa mattina, mentre mi vestivo per recarmi al mio lavoro Cococo da 1000 € al mese, abbottonandomi la camicia, decisi che avrei messo una cravatta. Mi insegnò a fare i nodi mio padre. Subito mi indirizzai per il semplice, che a forza di farlo e rifarlo si perfezionava sempre più. Gonna a matita, camicetta, cravatta e giacca: questa divenne la mia divisa da lavoro preferita per qualche tempo. Facendo il nodo alla mattina, ricapitolavo i compiti della giornata, speculavo sull’esistenza del Tutto, sugli assiomi cosmologici, mi ammiravo e quasi mi convincevo di essere una grande manager a 10.000 € al mese. La cravatta come arma di auto-distrazione personale. E che spettacolo sbrinare il parabrezza in cravatta!

Di tanto in tanto, uso ancora la cravatta. Al momento la mia preferita è una Dolce e Gabbana double-face, che avevo regalato e che ho ripreso in prestito a vita.

Ho pensato alla cravatta dopo aver rivisto la scena di American Gigolò, quando Richard Gere sceglie la combinazione di giacche, camicie, ed infine cravatte (decine e decine, il mio rituale di scelta era limitato a due cravatte). La scala monocromatica che infine indossa è perentoria. Il film è del lontano 1980, ma i vestiti ancora reggono benissimo. Chiunque, oggi, starebbe da Dio abbigliato come Julian Kay. Lo stilista era Armani, che fece definitivamente mangiare la polvere agli anni ’70 e alle inguardabili cravatte-bavette, iniziando la sua ascesa verso la corona. All’epoca del film, un marito chiese il divorzio dalla moglie dopo averla svagata intenta al suo rituale quotidiano di masturbazione, davanti alla locandina del film appesa al muro. Che precipitoso, a chiedere il divorzio!

 

 

2. Far subire ad ogni paio di scarpe appena comprate una sorta di ius primae noctis. Le porto in camera da letto, le metto sopra la scatola sul comodino, e ci dormo insieme. L’inizio di questo rituale si perde nella nebbia dell’infanzia; non lo ho mai saltato.

3. Lo spalmare il burro. Dai racconti d’infanzia della mia amica italo-inglese, Joan: “Ricordo mio padre che spalmava il burro sul toast. Partiva da un lato, poi passava per gli altri, e poi al centro, millimetrico, meticoloso, lo strato spalmato perfettamente, alla fine. Ogni volta così, ed io che lo osservavo, imbambolata”. C’è il rituale dell’esecutore, e può esserci il rituale vicariato dell’osservante l’esecutore. Poteva essere un’idea di partenza per il marito di cui sopra. Poi da cosa può nascere cosa.

A proposito di burro. Un ragazzo austriaco spalmava, se così si può dire, il burro sul pane in cassetta inglese non tostato. Il pane in questione è ultra morbido, mentre il burro appena tirato fuori dal frigo è durissimo. Ne prendeva un pezzetto e lo metteva sulla fetta. Gli dava una schiacciata, e così via con altri pezzetti fino a che la fetta non era piena di meteoriti di burro cadute e affondate sulla sua superficie bitorzoluta e semidistrutta. Che veniva semi nascosta dallo strato scuro e vischioso di marmellata. Un mattino svagò che lo stavo osservando e mi disse: “Nello stomaco finisce per mischiarsi tutto assieme”. Contento lui.

4. Reggiseni e docce. Mi è capitato di accendere un PC con pagina iniziale impostata su un patchwork di notizie politiche, ricette, fitness, moda, gossip. Quelle pagine che fanno solo perdere tempo, sulle quali mi soffermo quando sono annoiata. E che, dopo la sosta, richiudo più annoiata e vuota di prima. Ogni tanto ci ricasco. Su quella pagina ho visitato due link: dimmi come indossi il reggiseno e ti dirò chi sei, e dimmi come fai la doccia e ti dirò chi sei. Ho scoperto: A) che rientrando nelle casistica di chi allaccia il reggiseno dal davanti e poi lo ruota sulla schiena, sono una perfezionista, cui piace essere notata, avere le situazioni sotto controllo. Sono carismatica (evviva), non ho paura di esprimere il mio punto di vista, ma mi annoio facilmente (ecco perché incappo in certe pagine). B) che, cominciando a lavarmi la testa, posseggo doti artistiche e lavoro seguendo le mie passioni.

Quello che penso al riguardo: su A) allacciarlo da dietro la vedo un’impresa ardua. Sto pensando di tagliare la testa al toro e di comprare reggiseni con allacciatura frontale. Su B) comincio con lo shampoo perché insieme ci mischio il balsamo che ha bisogno di agire per qualche minuto. Nel frattempo lavo il corpo, partendo dai piedi e risalendo verso l’alto, rituale che eseguo allo stesso modo anche quando non lavo i capelli. E questo farebbe di me una persona eccentrica e amante dell’avventura. Ahh, ora si che mi conosco meglio!

5. Rituali gatteschi. Heisenberg, 2 anni, è un gatto siamese. La sua eleganza mi ricorda Audrey Hepburn vestita da Givenchy in Colazione da Tiffany. Sembra che indossi dei lunghi guanti sulle zampe. Può capitare che Heisenberg si addormenti sul lettone insieme a me, cosa che adoro, anche perché è un dormitore da competizione quanto me. Quando dorme sembra morto, non esiste più a se stesso e al mondo. Ma al mattino prestissimo, può capitare che si svegli e che voglia uscire. Cerca di svegliare anche me con i suoi miagolii di richiesta, che non sento quasi mai perché non esisto, sono come morta a me stessa e al mondo. Allora passa alle testate sul mio viso. Sarebbe il caso di creargli una gattaiola; altrimenti la sua bellezza ipnotica potrebbe non bastare più ad evitargli la defenestrazione.

Poche sere fa ero immersa nell’opera omnia di Marshall McLuhan, uno capace di scrivere frasi come: “La storia dello specchio è un capitolo significativo nella storia dell’abbigliamento, del costume e del senso dell’io”. O, riguardo ai fumetti, non compresi dagli anziani del villaggio:”E non avendo capito niente della forma, non potevano neanche individuarne il contenuto”. O ancora: “La ruota è l’ablativo assoluto dei piedi, come la sedia lo è della schiena”.

Dicevo, ero immersa nei passaggi di pensiero di Marshall McLuhan, carichi di citazioni e metafore; risuonanti e riverberanti, quando odo, provenire da dietro la porta chiusa, i suoi miagolii di richiesta.

Nooo, io non apro, penso. Lui inizia a dare botte sulla porta, non so se con testate o spallate. È un ragazzone forte, ma starà iniziando a maledire il fatto di non essere stato provvisto di un paio di mani. Mi vedo costretta ad aprire. Mi guarda e si muove per farmi capire che devo seguirlo. Durante il tragitto ogni tanto si volta indietro per sincerarsi che ancora lo sto seguendo. Sorpassa la porta d’ingresso. Non vuole uscire, allora so cos’altro vuole. Si appropinqua alla ciotola di crocchette, mi guarda, lo guardo e solo allora inizia a mettere il muso nella ciotola. Io lo accarezzo, e dico: “bravo, bravo Heis, così”, e lui inizia a sgranocchiare con voracità ed io posso tornare da Marshall McLuhan. Sempre la stessa sceneggiata rituale. Anche un felino ha bisogno di certezze.

 

OUTFIT
Monopetto slim fit: Emporio Armani; blusa con fiocco in crepe: Emporio Armani; reggiseno allacciatura frontale: Triunph, zalando.it; scarpe: Rick Owens; pantaloni: Rick Owens; cappello ad orecchie: Rick Owens; portachiavi: Rick Owens; rossetto: N°209 Rose Perfecto Givenchy, sephora.it

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