La suoneria, il film e la pelliccia

Capitolo 1. La suoneria

Sono in macchina e guida mia madre. Le squilla il telefono:

 

 

“Cercalo un po’ dentro la borsa che sta dietro e vedi chi è”.

Lo trovo quando la suoneria si è già interrotta.

“Era Clelia”

“Ahhh! la richiamo quando ci fermiamo. C’è rimasta solo lei a telefonare così spesso. Io non telefono quasi più dopo WhatsApp” dice.

Ho sempre pensato che, a parte con i familiari strettissimi, mia madre suoni falsa quando parla al telefono fisso.

“Com’è tutto più sfumato ora, la differenza tra amici vicini e lontani….anche il tempo sembra sospeso, è un monumentale presente continuato. Dieci anni di oggi mica sono uguali a dieci anni di una volta”.

Che epoca interessante, che sto vivendo.

“Ma che suoneria hai messo?” dico.

“È la colonna sonora di Una vita al massimo. Non l’hai mai visto?”

“Boh, no. Sì, forse”

“Ahh…bellissimo. Tarantino”

“Tarantino?”

“Tarantino ha scritto la sceneggiatura”

Capitolo 2. Il film

Vado a cercarne notizie. È del 1993. Tarantino ha in effetti scritto la sceneggiatura, anche se pare non abbia mai messo piede sul set del film. Lo guardo. Sì, Tarantino si sente eccome. Ora chiuda gli occhi per le prossime tre righe chi non vuol conoscere la fine.

Il titolo in lingua originale è True Romance e infatti è una storia d’amore dove le fasi classiche: incontro, conoscenza, sesso, amore, matrimonio, sistemazione economica e prole, avvengono a velocità c.

Queste fasi corrono assieme a valigette di cocaina e dollari, botte, sparatorie, morti, fughe, gangster siciliani, gangster neri, un pappone bianco che crede di essere nero e apparizioni di Elvis Presley che incita alla vendetta come il padre spettro di Amleto. Il regista, Tony Scott, gira con un ritmo lineare ma sovrabbondante; i dialoghi sono made in Tarantino.

Capitolo 3. La pelliccia leopardata.

La Lei di True Romance si chiama Alabama (<3). I nomi propri sono importanti, possono legarsi al passato, possono cambiarlo o possono rompere con lui. Madonna ha fatto tutte e tre le cose insieme. Senza questo nome iconico (sto usando un aggettivo che avevo promesso di non usare mai, ma qui è pertinente ai limiti dell’inevitabile), senza questo nome iconico, riprendo, sarebbe grande lo stesso, ma non sarebbe Madonna (tra l’altro, fa parte del suo nome anagrafico completo: Madonna Louise Veronica Ciccone). Non avrebbe compiuto quella appropriazione storica di territorio.

Alabama si chiama come il personaggio interpretato da Pam Grier nel film “Women in Cages” del 1971, diretto da Gerardo de Leon. Nella sceneggiatura originale, il Lui, Clarence, dice che il nome Alabama gli ricorda un film con Pam Grier. Pam Grier interpreterà Jackie Brown nel 1997.

Alabama è una call girl da quattro giorni. Veste con una palette di sgargianti colori turchese-acqua marina, rosa, rosso + motivi a manto di leopardo o a manto di mucca; capi fascianti, con ampie scollature, leggins, reggiseni in pizzo senza niente sopra, minigonne, grossi orecchini pendenti, grosse cinture. Uno stile strillato, sottolineato ed evidenziato. Los Angeles+Las Vegas. Mercatini cheap e vintage. Negozi on the road. Courtney Love con più zucchero e panna (l’attrice che la interpreta, Patricia Arquette, non ha né l’altezza, né le forme dissonanti di Courtney Love). Alabama non è proprio punk (un po’), non è proprio rock (un po’). Non è proprio una bimbo (un po’), non è proprio una tosta (un po’). Alabama è Avant-Pop.

Il giorno del suo matrimonio indossa un vestito corto, molto scollato, di velluto rosso, guanti rossi, rossetto rosso, orecchini rossi, tronchetti turchesi (che paiono fabbricati oggi), borsa rosa. E una pelliccia leopardata. Non appena la vedo, la riconosco. Non ci credo, è la mia!

 

 

Capitolo 4. Storia della mia pelliccia leopardata. 

Estate. Mercato di Camden Town, Londra. La scrivente è un fiorellino di 18 anni. Appesa in alto, in una bancarella di capi anni ’60, vede una pelliccia leopardata, e pensa che è il regalo perfetto per il suo amico Max. Una manciata di sterline per un capo che sembra nuovo. Wow.

Quando a settembre, finita la vacanza, torna in Italia, Max ha attraversato un periodo NO ed è ingrassato di 10kg.

Gli fa gli auguri di buon compleanno e gli regala la pelliccia.

“Questa è per te?” gli chiede Sandro.

“Sì. Ti piace?”

“A Lara starebbe benissimo” dice Sandro acido, sprezzante.

Max ha sviluppato un’acuta suscettibilità ad ogni riferimento alla taglia e al peso. Sul suo viso, bellissimo, passa un’ombra nera.

Max lascia la pelliccia a casa della scrivente, dicendo che sarebbe venuto a riprenderla il giorno dopo.

L’anno successivo la pelliccia è ancora appesa al mio armadio. Con Max non se ne è più fatta parola.

Capitolo 5. Da allora ad oggi, e oltre.

Pur essendo diventata tacitamente e tecnicamente mia, per qualche anno non sono riuscita a collocare la pelliccia al di fuori di eccentrici locali notturni o fumose bettole che lasciavano la briglia sciolta all’auto espressione.

Poi ho cominciato a portarla a tranquilli aperitivi o a colazioni mattutine nel fine settimana. Oggi è sdoganata. Nella versione addomesticata bon ton, con capi eleganti, o da collegiale, o nella versione anni ’90 con jeans e sneaker, come la indossa anche Alabama. Ogni tanto lascio la belva sciolta, con abbinamenti più urlati. I leggins leopardati rosa, a vita alta, li lascio invece ad Alabama.

 

OUTFIT
Pelliccia ecologica: Mango; scarpe: Charlotte Olympia; vestito: Pretty Little Thing; occhiali: party-city.it; anello: etsy.com; borsa: Charlotte Olympia

 

 

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