Il sole dell’aperitivo estivo a mezzanotte meno un quarto (su unghie rosse)

Happy hour (hour ha l’h muta) è un’espressione alquanto puerile. Come Happy Meal. Da kindergarten. Ma almeno l’Happy Meal è un prodotto concepito per i bambini. È il concetto stesso di felicità ad essere puerile. Gli Americani, addirittura, ce l’hanno in costituzione, e molti ammirano questo fatto. Felicità: siamo indaffarati ad inseguire una chimera. Bah, ci si tiene occupati. E la felicità, vende.

Il fenomeno dell’Happy hour, comunque, sta passando di moda; è ormai in uso in locali puzzoni o proprio turpi. In Inghilterra l’Happy hour sta scomparendo, e, in alcuni luoghi, è stato vietato per cercare di dare un freno all’abbrutimento alcolico post lavorativo.

Aperitivo! questa si che è una parola bella. Si prende tempo, apre, spalanca, promette, e non è passata di moda, ancora.

L’aperitivo più lungo che abbia mai fatto, è quello di un pomeriggio di Pasqua, a Campo de’ Fiori a Roma. Quello stesso giorno, ridendoci sopra, lo denominammo l’aperitivo sesquipedale; fu un four-to-eight. Ricordo che indossavo un vestito giallo e nero stile kimono, un bracciale stile etrusco in finto oro (che ho perso di recente, sigh), che eravamo una diecina di persone e che continuammo a bere prosecco freddo per quattro ore. Il mio compagno di tavolo, appena conosciuto e mai più rivisto, era molto magro, ma oltre a bere, continuò a mangiare cubetti di pizza al formaggio in modalità nastro scorritore. Parlammo di pubblicità, concentrandoci su quella del cibo per gatti, e della possibilità di matrimonio per gli omosessuali. Lui, gay, era alquanto indifferente/disinteressato, io, etero, totalmente a favore. Entro la fine del nostro aperitivo sesquipedale, era passato dalla mia parte. All’imbrunire ci alzammo dal tavolo e mi sentii come se non avessi bevuto nulla, mi era solo tornata fame, dato che avevo appena assaggiato la pizza. Anche quella sera, pur stando benissimo, provai un brivido, come ogni volta, da dopo che avevo letto che in Campo de’ Fiori, passando accanto alla statua di Giordano Bruno, si può ancora sentire l’odore terribile della sua carne che brucia.

Ecco un altro aperitivo, un aperitivo marino. Non vedevo il mare da parecchio tempo, ed un sabato pomeriggio primaverile, decidemmo, tra amici, di raggiungere San Benedetto del Tronto. Presi un Bloody Mary in uno chalet sulla spiaggia e raggiunsi il bagno asciuga. Via le scarpe, spanf!, lancio dei calzini, zash! mi arrocciai i jeans, mi sedetti sulla sabbia, e splash!, misi a mollo i piedi un po’ gonfi e bianchi come la carta. Ohh, la carezza dell’acqua marina calda, avanti e dietro, prima sì, poi no, poi di nuovo sì, la brezza, l’odore di salsedine, il mare che mi stava mancando da morire, il Bloody Mary. Il piacere. Ok, ammetto che quell’aperitivo rassomigliava alla felicità, qualsiasi cosa sia.

Sicuramente è più effimera della moda. Altro giro, altro aperitivo. Ero con il mio accompagnatore al Pontile a Torricella di Magione, sul lago Trasimeno. La giornata era perfetta, ero allungata su un lettino da spiaggia, con una birra gelata in mano e di nuovo i miei piedini bianchicci in primo piano. Sullo sfondo dei piedini c’era solo il lago, scintillante degli ultimi luccichii dorati, prima del tramonto. L’ideale di ozio di Omer Simpson, e di me medesima.

Mi prese scura, all’improvviso. Misi un palmo della mano sulla fronte e dissi, borelleggiando: “Come mi sento infelice!”. Infido lago.

Borelleggiare lo devo a questa descrizione di Federico Zeri: “Quanto al modo di muoversi, l’attrice Lydia Borelli ha influenzato un’intera generazione: c’era anche il verbo “borelleggiare”. Era una donna fatale, attaccata alle tende, che pensava sempre disperatamente a qualcosa: molto dannunziana”.

 

Di Mario Nunes Vais (1856-1932). - http://www.italica.rai.it/index.php?categoria=altro&scheda=vestiti_4, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5949372
Lyda Borelli (1884-1959) in una fotografia di Mario Nunes Vais (1856-1932)

 

Il titolo del presente articolo lo devo invece al ritrovamento di un taccuino seppellito sotto dei libri. Le pagine sono tutte immacolate, c’è una sola scritta a matita: “Il sole dell’aperitivo estivo a mezzanotte meno un quarto (su unghie rosse)”. La scrittura è mia, ma non ho idea di cosa intendessi con quella frase sull’aperitivo e la mezzanotte, o di quando l’abbia scritta. Forse una notte di luglio, durante Umbria Jazz, prima di addormentarmi. Per riferirmi a questo:

facevo un aperitivo a Porta Sole. Avevo le unghie laccate con uno smalto rosso. La luce pazzesca del tardo pomeriggio ci s’infrangeva, e lo rendeva stupendo. Avevo un calice di vino bianco in mano, il sole era giallo tuorlo d’uovo, netto, e il cielo era blu, blu Pantone 18-4538 Hawaiian Surf, e le spire del tempo, dello spazio, si erano srotolate e distese nel qui ed ora. OM. Chissà cosa feci dopo, come fossi vestita, a che concerto assistetti. Mi si è eternizzato solo quell’istante.

 

OUTFIT
Vestito kimono: Pretty Little Thing; pelliccia ecologica: Pretty Little Thing; scarpe: Puma Suede Heart Satin; libro: la citazione di Zeri è tratta da “Sbucciando piselli”, di Roberto D’Agostino, Federico Zeri. Lo vidi nella libreria di una coppia di coniugi di una certa età, che se l’erano creata nel corso degli anni comprando esclusivamente libri per posta. Il marito mi disse: “insolita accoppiata di autori eh?”. Mi incuriosì il titolo, per non parlare della copertina luridamente attraente. Così me lo regalarono. È esilarante, e nonostante sia del 1990, ancora illuminante. Non esiste e-book, ma in rete si trova il cartaceo usato. Orecchini: riproduzione di orecchini etrushi in argento dorato esposti al Museo Gregoriano Etrusco, Roma, etsy.com; Gold Collar Necklace Etruscan Revival, etsy.com., gli Etruschi sono stati dei gioiellieri sublimi, a confronto, la maggior parte dei gioielli compassati moderni non mi dice niente. Borsa Mini Bar: Charlotte Olympia; ombretti: Basic Bitch Palette, Mac

 

 

 

 

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