Si va in scena

Nel 1774, con il best seller I dolori del giovane Werther, Johann Wolfgang von Goethe lanciò la moda del costume alla Werther: marsina blu, pantaloni e panciotto gialli.

Molti giovani, in tutta Europa, iniziarono a vestire a quel modo non proprio in linea con le tonalità dell’abbigliamento di fine ‘700. Alcuni di loro arrivarono persino a suicidarsi, così abbigliati, sparandosi un colpo di pistola e lasciando una copia de I dolori del giovane Werther sopra la scrivania, aperta sulle pagine che descrivono il suicidio del protagonista. Un’ondata di suicidi fotocopia, per i quali veniva usato anche lo stesso tipo di pistola. L’unica differenza è che nel suicidio di Werther, il libro lasciato aperto sulla scrivania è l’Emilia Galotti di Gotthold Ephraim Lessing. Goethe non avrebbe potuto lasciare il libro che lui stesso stava scrivendo sulla scrivania di Werther, a meno di non concepire una trama alla Ritorno al futuro o alla Terminator. O di non imbattersi in John Titor.

Werther-Fieber! Passione, ebrezza, delirio! E quei suicidi apparecchiati, per essere protagonisti fino all’ultima scena, all’ultimo atto, scegliendosi la scenografia e il costume (cioè, scegliendo quelli scelti da Goethe).

 

Werther medita il suicidio, Johann Daniel Donat, matita e acquerello
Werther medita il suicidio, Johann Daniel Donat

 

Goethe definì l’associazione di blu e giallo come l’armonia cromatica assoluta (i romantici ci davano giù d’assoluto). È una bella botta ancora oggi, alla fine di un 2018 e vicini ad un 2019 che mettono in scena i colori, anche fluo.

Oggi c’è una scenografia a disposizione a Manhattan, nei dintorni di SoHo, lontana anni luce dall’afflato e dal pathos romantici. Non è stata pensata per aspiranti suicidi, ma per le foto Instagram delle influencer. La Village Marketing affitta, infatti, un appartamento penthouse dove nessuno vive, arredato al solo scopo di fornire un set adatto a dare vita ai prodotti. Costo: £11,500 al mese, parecchio millennial pink (cielo, ancora lui, ma siamo agli sgoccioli), bianco e tocchi di oro. Afflato per il business, per perfette foto levigate, ripulite, un po’ tutte uguali, quasi asettiche fotocopie.

Sembra ormai giocarsi tutto sulla scacchiera di Instagram, per i cui schemi si sprecano più energie mentali che per una partita a scacchi contro Garri Kimovič Kasparov.

 

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Riguardo agli account Instagram, sarei interessata a vedere quello della mia dirimpettaia di palazzo, se ne ha uno. È una donna con un fisico da top model che veste sempre, sempre, con minigonna o mini abiti e tacco 12, anche al mattino, quando accompagna in macchina il figlio adolescente a scuola. Mi è stato detto che ha un Compro Oro.

Una domenica mattina era al bancone di un bar a bere caffè. Vestita in leggins e scarpe da ginnastica. Ave! Allora quell’altro è il suo costume per il Compro Oro. Mi stava sembrando irrespirabile, quasi mi metteva ansia il suo minigonna-tacco12, 365 giorni l’anno.
Tipo quelle donne mascherone che non si struccano mai. Un mio amico mi ha raccontato di non aver mai visto una sua ex senza il consueto strato di cerone e gli occhi bistrati. “L’avrò vista senza forse una volta, per sbaglio. E non c’era nulla che non andasse nel suo viso, come invece credeva lei. Si era creata un personaggio, parlava con voce impostata da dizione, vestiva con abiti eleganti, da sera, sia sul palcoscenico, quando si esibiva come arpista, sia fuori. Se no si sarebbe sentita una merda.”

Mentre la mia dirimpettaia usciva, è entrato un tizio, di età indefinibile, abbigliato da techno raver anni 90′: paht pants, bracciali neon che si illuminano al buio, occhiali e maglia di mille colori. “Questo si che è orridamente scenografico” ho detto alla mia amica. E da dietro mi sono sentita dire da un altro tizio: “Ma che scenografico. Questo saranno quasi 30 anni che se veste così. È rimasto sotto ai chili di acidi e pasticche che s’è calato.”

Mi sono sentita dentro una pena simile a quella che provai per l’Enrico IV di Pirandello. Il nobile del ‘900 che, durante una cavalcata in maschera insieme ad un gruppo di amici, cade da cavallo e batte la testa. Inizia così a credere davvero di essere il personaggio che lui interpretava, Enrico IV, appunto. Resta per venti anni vestito da Enrico, nella scenografia della corte creatagli appositamente per fargli vivere la sua vita da imperatore. Resta lì, anche dopo che è rinsavito, per scelta e poi per forza. Per sempre.

Pietà per il raver. Gli tremolavano la mano e la voce come ad un ottantenne malato. Pietà per il raver, fisso, da più di venti anni, sulla scena techno rave. Sipario.

 

 

OUTFIT
Giacca Boyfriend Fit: Pretty Little Thing; scarpe: Gucci; vestito: Pretty Little Thing; cappello: Dixie; borsa a lanterna: Charlotte Olympia; bracciale: Antique Alpaca Etruscan Style Red Glass etsy.com; fondotinta: advanced hydro liquid compact refillable, Shiseido

 

 

OUTFIT
Cappotto pelliccia: Top Shop; stivali: Le Silla; vestito: Top Shop; orecchini: Mercedes Salazar‎, themodist.com; pochette a busta: Dixie; rossetto: Rouge Dior Ultra Rouge

 

 

Fuoriscena:

 

da https://it.wikipedia.org/wiki/Ritorno_al_futuro: “Lorraine crede che Marty si chiami Levi Strauss dal nome scritto sugli indumenti intimi del ragazzo, che nella versione originale è Calvin Klein (marchio non ancora noto in Europa negli anni 1980; nella versione francese, ad esempio, diventa Pierre Cardin). Nella versione italiana il cambiamento del marchio genera un evidente anacronismo: la Levi Strauss iniziò la sua attività in patria nella seconda metà del XIX secolo, pertanto era in realtà largamente conosciuta negli Stati Uniti del 1955.” 

E così, il 1980 europeo non conosceva ancora Calvin Klein. Hip hip urrà per la globalizzazione.

Copertina: Oskee

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