Take it Easy

Lotte tribali combattute con derisione, insulto, scherno, discredito dell’altro. E con sporadiche, sanguinose sparatorie. Il nomadismo culturale sembra esser tramontato. Siamo agli arroccamenti. Identità, identità!

Radical chic vs radical rutto; sciampisti vs coiffeur; etero vs gay; pisellini vs piselline; rosa vs celeste; mangiatori di radici vs mangiatori di ciccia; pavesini vs savoiardi; pancine vs ferragne; trumpolinisti vs piattaformisti; mele vs pere vs clessidre. Io vs resto del mondo; scienziati vs umanisti: come se fossero alternative incompatibili. Siamo ai compartimenti stagni nell’epoca che meno che mai ne avrebbe bisogno.

E se fosse che ci si sta guardando allo specchio, non ci si riconosce e si odia quell’orribile riflesso di sconosciuto? sé vs sé ; zuffe tra uguali. Zuffe per pozzanghere d’acqua.

Devo credere che dall’infuriare delle lotte qualcosa di nuovo e buono verrà fuori; devo, altrimenti dovrei seriamente iniziare a prepararmi per il mio piano Z: ritiro in qualche micro comunità spirituale nella foresta amazzonica e ayahuasca. Macché dico! anche il piano Z è saltato. L’ayahuasca è business per pelare i gringos gonzi, la foresta è piena di insidie e meno male che va scomparendo.

Nell’infuriare delle lotte trovo qualcuno che non si getta nella mischia, qualcuno capace di mettersi sullo sfondo e di riuscire a vedere la figura. È un vecchio, come lui stesso si definisce. Ladies and gentlemen, ecco a voi Yohji Yamamoto.







Il suo uomo non è “alla moda”, è lontano dal trendy. Se la prende comoda, è rilassato, non indossa cravatte. Quelle sono per gli uomini d’affari. Appare libero, e dunque un po’ strano e divertente, buffo. Camicia, giaccha e pantaloni, ma con un po’ di ironia o di shock.

Mi fa venir in mente questo passo di Marchall McLuhan da Il mezzo è il messaggio: “Per Samuel Beckett l’individuo integrale non è l’acrobata ma il clown. L’acrobata agisce da specialista, e usa soltanto una parte limitata delle proprie facoltà. Il clown è l’uomo integrale che mima l’acrobata con elaborata e drammatica incompetenza.”

Spiritualmente o filosoficamente il discorso per la donna non cambia. La sua donna non è una bambola, non è mai pacchiana, è indipendente. Yamamoto dice di trovare più difficile disegnare abiti per la donna. Per lui il corpo della donna è come il deserto. Soffia il vento, e la duna cambia. Non c’è mai nessuna risposta definitiva. La progettazione degli abiti per le donne è come un viaggio dove tutto è possibile, dove si sente più libero, a volte troppo libero. E riesce a risolvere la tensione tra la libertà e il dovere in un equilibrio pulitissimo e ogni volta nuovo.

Il suo messaggio è: no al troppo veloce, al troppo facile, all’onnipresente sexy. Take it easy, guarda indietro, le cose belle stanno scomparendo. Il borbottare di un vecchio: così definisce queste sue dichiarazioni. Le parole di un vecchio, sì è vero. Ma guardo le sue creazioni e allora penso, grazie Vecchio mio.

Qualche volta gli capita di avere la sensazione di aver fatto abbastanza. Poi, guidando un’utilitaria Nissan spartana per le strade di Tokyo, gli succede spessissimo qualcosa di molto importante, si immagina la prossima collezione, e nuove idee arrivano, cadono giù da sole.

La canzone colonna sonora del video qui sotto pare sia anch’essa opera sua, e nessuno crede che Yamamoto abbia alcuna intenzione di pubblicarla. Il mio amico Nobu mi ha detto che parla di un fiore che si apre. Immagine talismano contro le zuffe tribali e la frammentarietà.







Pantaloni: Y’S Yohji Yamamoto; maglia: River Island; cappello: La Vogue, amazon.it; bretelle: Mango, zalando.it; scarpe: 1460 vintage Dr. Martens; rossetto: MAC Retro Matte Liquid, douglas.it

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