Nella gioia e nel dolore, nella buona e nella cattiva sorte, io corro

G. è un ragazzo padre e senza lavoro. Lo incontro sul pianerottolo di mattino presto, intento a pulire le scale. Essendo molto indietro con il pagamento delle rate condominiali, è stato deciso che sia lui ad occuparsi della pulizia del palazzo; è un lavoro senza ricompensa monetaria, che viene a tamponare il suo debito.
_Corsetta?_dice, mentre spazza. _Eh, fai bene, fa bene l’esercizio, bisogna muoversi, fa bene ai muscoli, fa bene alla mente, scarica._

Non mi è mai parso un gran sportivo. Gli unici spostamenti che gli vedo fare sono quelli in macchina assieme al pupo, per andare a pranzo e cena dalla madre (di G.). Questa improvvisa saggezza sugli effetti salutari del fitness gli deve servire per prendere con filosofia il suo nuovo lavoro fisico forzato.

Fuori c’è una piacevole nebbia. Niente a che vedere con quella di una mattina prestissimo, quando mi sono ritrovata con una donna che conosco solo come collega di corsa. C’era una tale cortina di nebbia, che ci si poteva vedeva l’una con l’altra a non più di due metri di distanza. Non si scorgeva altra anima viva.
_Madonna mia, ci fidiamo? così è pericoloso_ ha detto.
_Se c’è qualche problema, urla forte, che ti sento, e io in caso faccio lo stesso_ ho detto. Diavolo, non si può vivere nella paura. Corri donna, corri.

Abbigliamento riflettente per correre dopo il tramonto, oiselle.com

Incrocio un gatto striminzito. Sembra annichilito, non ce la può fare contro le pantegane che regnano enormi e indisturbate. Le intoccabili.

Avverto un lieve dolore pulsante al tallone destro, finché, dopo qualche minuto, quando sono più riscaldata, scompare. È una tallonite? la sento quando cammino e scompare quando corro. Mistero.

Incrocio il mio vecchietto preferito. Arriva con la bicicletta e una busta con la felpa di ricambio attaccata al manubrio, lega la bici ad una staccionata e poi corre. Siccome ogni tanto tira qualche jab e qualche diretto, sempre correndo, mi sono fatta l’idea che sia un ex pugile; un peso piuma, a giudicare dal fisico asciuttissimo. Mi saluta con la sua voce roca, calda. Sembra la voce di uno che ha fumato per una vita, e questo non combinerebbe bene con un ex pugile.

Incrocio un torzone che corre con le auricolari e sta parlando al telefono:
_A me me piaciono i salumi e i formaggi…_ il resto della conversazione resta dietro a me, perso. Peccato, volevo sapere se stesse magari già programmando il pranzo di Natale.

Sul prato c’è l’uomo che indossa sempre un piumino imbottito, non importa se ci siano venti o zero gradi di temperatura. Sta facendo i suoi singolari esercizi calistenici. Una volta ho sentito un gruppo di runner fuoriclasse che lo chiamavano Jeeg Robot.

All’ultimo tratto di percorso, prima del ritorno, raggiungo una ragazza che corre più lenta di me. Sono lì lì per superarla, che lei accellera. Accellero anche io. Lei riaccellera a sua volta. Arriviamo ad una salita. Ora la frego, penso, non ce la farà contro di me in salita. Invece si. Tiene duro, tengo duro. Non mi fa mangiare la polvere, ma riesce a restare un passo avanti a me fino in cima alla salita, dove ci separiamo andando una a destra e l’atra a sinistra, senza che lei mi abbia mai degnata di uno sguardo, con quel suo viso impenetrabile e dalla volontà d’acciaio. A una minuscola ma cocente parte di me rode di non essere riuscita a superarla. Ma, ovvia, ora che scrivo: grazie competitiva sconosciuta, grazie per la breve escursione fuori dalla mia comfort zone.

Al rientro le scale sono invase da un odore fortissimo come di bucato, o di fiori chimici. Ma che userà mai?

In casa tolgo la mia divisa della corsa e la porto in terrazza. Faccio sempre così: terrazza, poi, in inverno, termosifone per asciugarla e, il sabato, in lavatrice. Sul termosifone i vestiti impregnati di sudore emanano un odere un po’ acre e dolciastro. Sospetto a causa della assurda quantità di cipolle che mangio; le sbatto dappertutto.

L’odore di fiori chimici è talmente invadente che arriva persino da dietro la porta chiusa. Lo trovo molto peggio del mio afrore dolciastro-cipolloso. Mi ricorda l’Arbre Magique che il fratello di mio padre appendeva in macchina. Da piccola mi ci sentivo così male che lo zio doveva aprire i finestrini, credendo che avessi il mal d’auto. Non gli ho mai detto che la causa era l’Arbre Magique. Come non aprirò bocca con G., che mi sento invece di incoraggiare, data la situazione, e dato che la signora di sopra ha già cominciato a dire che G. lascia degli aloni quando pulisce. Eppoi mi pare di vedere G. più pimpante da quando si occupa delle pulizie.

Il sabato scoprirò che l’odore non è ancora scomparso da dentro l’ascensore. Come se ci fosse appeso un Arbre Magique brobdingnagiano.

Mantra di chiusura: nella gioia e nel dolore, nella buona e nella cattiva sorte, nel dubbio e nella certezza, io corro.

Felpa da running con cappuccio element, Nike. Con questa smetterei di indossare il cappello di lana che mi fa sembrare una ladra da appartamenti. Ninja style
Scarpe: Mizuno Wave Profhecy 8; leggins: Domyos Decathlon; shorts: Nike; felpa con cappuccio: Nike; maglia con zip: Nike; reggiseno: Nike; calze: Nike; crema solare: Sun City Protection SPF30 antinquinamento, Dr Sebagh; tazza: Oiselle

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