Pane e ansia

Nel mese dell’ansia mesta, che segue il mese dell’ansia eccittata e festaiola; nel mezzo della nuova Età dell’ansia (come la chiama Massimiliano Panarari in “Uno non vale uno“), la semplificazione può rivelarsi un antidoto all’ansia alquanto efficace.

Esempio. Ero troppo spompata per iniziare subito un nuovo allenamento. Ma un regalo, un nuovo paio di leggins blu con tante piccole stelle, è bastato a farmi affrontare il mio vecchio allenamento di routine con inusitata energia e a renderlo come nuovo. Alla fine mi ripetevo, soddisfatta e convinta, “sono in forma, sono forte”. E sono bastate poche semplici stelline.

Ecco alcune pagine dallo stesso libro sopra citato e che è un altro regalo. Siamo sempre in argomento semplificazione:

Massimiliano Panarari  "Uno non vale uno"

Massimiliano Panarari  "Uno non vale uno"
Massimiliano Panarari in "Uno non vale uno")
Da “Uno non vale uno. Democrazia diretta e altri miti d’oggi” di Massimiliano Panarari, Marsilio, 2018

Semplificazione, in questi casi, fa rima a perfezione con banalizzazione. Ma quale giovamento può dare! Sembra di aprire gli occhi per la prima volta, di dare una forma alle frustrazioni alle ingiustizie subite. E cosa forse ancora più importante finalmente si ha un sacrosanto e certo nemico, con nome e cognome. Certa la tesi, le soluzioni sono derivate e peranco secondarie. Si spalancano gli occhi e ci si ripete che bello ora ho capito tutto.

Altro esempio di semplificazione, che stavolta non fa rima con banalizzazione ma con stilizzazione. Al limite del geniale. Si tratta del logo di Playboy, cui mi ha riportato un altro regalo:

Playboy parfume
È una confezione regalo che comprende una crema per il corpo e questo profumo, che si chiama Warm Oriental Ultimate Sensation Elixir Over Assertive Woody Base: molto rumore per nulla. Ma il logo, la confezione, le orecchie di coniglio messe alla boccetta di profumo! Non si pone neppure il problema del riciclo; li userò come soprammobili

Il logo fu disegnato dall’art director Art Paul nel 1953. In seguito ha dichiarato: “se avessi avuto la minima idea di quanto sarebbe stato importante quel piccolo coniglio, probabilmente lo avrei ridisegnato una dozzina di volte per assicurarmi che gli stavo facendo giustizia, e suppongo che nessuna di quelle versioni sarebbe risultata altrettanto originale. Ma così è stato, ho fatto un disegno e basta. Probabilmente ci ho speso una mezz’ora.”

Tutto merito di fare le cose senza ansia. Il logo non ha subito alcun ritocco dal 1953 (chapeau), ed è riuscito a viaggiare da solo sganciandosi dalle sue origini, che sono Hugh Hefner e la rivista Playboy, da Hefner fondata.

Hefner e la baracconata di Playboy Mansion West, con le donne-animalette e il sesso-Disneyland. Hefner vecchio (è morto a 91 anni nel 2017), con il cappello da marinaio e le vestaglie di velluto, circondato e preso a braccetto dalle giovani animalette. È patetico ma mi fa una certa tenerezza. La pagina ingiallita di una macchietta tragica. Volle liquidare l’America anni ’50, quella dell’omino che torna dal lavoro, la donnina con la gonnona a ruota e il grembiule che lo aspetta col sorriso e la cena pronta; la famiglia serena, puritana, bianca ed etero. Una trappola. Le flapper, Coco Chanel, lo sconvolgimento (anche di ruoli) della Seconda guerra mondiale, sembravano preistoria. Invece quell’America anni ’50 era antistorica. Hefner ha voluto liberarsene ma è finito in un’altra trappola; quella della Playboy Mansion, del cappello da lupo di mare, delle vestaglie, delle animalette soprammobili, sempre (a pagamento) divertite, scodinzolanti e disponibili. Il privato esibito, pubblicizzato e monetizzato. Il mix di basso e alto: la rivista pubblicò romanzi a puntate, come Farhenheit 451 e interviste di altissimo livello ad intellettuali e artisti. Ricorda l’oggi.

Un ultimo esempio di semplificazione, magari verso l’alto: Picasso.
Non dipingeva come un bambino perché non sapeva dipingere. Era capacissimo di dipingere un gallo realisticamente. “Ma cos’altro volevano fare Picasso e i cubisti se non fissare su tela tutte le facce, tutti i momenti dell’oggetto, la sua varietà ininterrotta di apparenze e di segni tramite un intuizione essenziale?” (da “Le avanguardie artistiche del ‘900”, di Mario De Micheli.)

O Malevič. Disegnava quadrati. Financo a un quadrato bianco su bianco.

malevic quadrato bianco su fondo bianco quadrato bianco su fondo bianco
Kazimir Severinovič Malevič, Quadrato bianco su fondo bianco, 1918

Semplificazione che è sublimazione, è voler arrivare all’essenza, dove il percorso conta più delle premesse e dei risultati. Malevič era russo, ed ha in mente le figure delle icone religiose disegnate dai monaci a digiuno, in silenzio, in preghiera.
Il mio professore di estetica, alla fine di una lezione, disse: ecco, ora se volete conquistare qualcuno portandolo ad una mostra di Malevič, avrete qualcosa in più da dire rispetto a “come è bello questo quadrato”.

OUTFIT
Maglione: Bona Drag; jeans: Stella Mccartney, farfetch.com; scarpe: Adidas Falcon; piumino: Top Shop; calze: amazon.co.uk

http://www.dewebsite.org/logo/playboy/playboy.html

2 pensieri riguardo “Pane e ansia

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