Love is in the Air

Stamattina ho aperto gli occhi, mi sono stirata e ho sentito il rumore del vento che sbatteva sulla tapparella. Ho preso il telefonino accanto al comodino e ho chiamato il mio accompagnatore. Potevo udire, attenuata, la familiare suoneria con lo xilofono. Lui ha aperto la porta della camera, col suo telefono ancora in mano, e mi ha dato il buongiorno. Gli ho chiesto se mi poteva portare un caffè a letto prima di andare al lavoro. Potevi chiamarmi a voce invece di telefonarmi, ha detto lui. Ummm non avevo la forza di alzare la voce.

Adesso è buio e il vento continua a sbatacchiarmi i pensieri.
Mi affaccio alla finestra con la sottile inquietudine che è rimasta appollaiata come un uccellaccio sulla mia spalla per tutto il giorno.
Osservo l’anziana donna che vive al piano superiore mentre esce per raggiungere con il suo compagno che l’aspetta in macchina. Sono due vedovi riaccompagnati, come dicono loro. Nel palazzo vanno alla grande gli accompagnati.

Questa signora ne sa qualcosa più di me riguardo all’inquietudine. Nel 1940 fu abbandonata in fasce in un convento di suore. Non ha mai saputo di chi fosse figlia, nonostante i suoi disperati tentativi di ricerca, che includono anche una lettera alla redazione di C’è posta per te.

Credo sia meglio poter dire “mia madre, mio padre, sono due pezzi di merda e li odio”, meglio di quello sterminato buco di vuoto pneumatico che sta dietro di lei ogni volta che si volta. Nessuno con cui prendersela, neppure nessuno cui fare causa, volendo. Parlo di fare causa perché ho letto da poco di una tale Raphael Samuel, antinatalista ventisettenne di Mumbai che vuole citare in giudizio i suoi genitori per averlo fatto nascere senza il suo consenso.

La signora ha avuto due genitori adottivi che le hanno voluto bene, un matrimonio felice, tre figli, e ha anche trovato un lavoro che le piaceva. Ma l’inquietudine, l’inquietudine è per sempre lì, inseparabile compagna di vita. Un serpente attorcigliato attorno al collo, che stringe qualche volta più, qualche volta meno, e che qualche altra volta morde. Come le nottate che l’ho udita passeggiare avanti e indietro per casa, senza pace, e accendere e spegnere in continuo la Tv, lavare o spostare vasellame. Sarebbe stato inutile proporle un buon romanzo e due dita di cognac.

Stasera ha i capelli di una tinta castano-rosso ramato, un filo di tacco e, orgoglio mio, il cappotto nero di Moschino che una volta le ho consigliato. Aveva aperto il suo armadio, e mi aveva mostrato una sfilza di cappotti di varie epoche. Voleva un consiglio su quale le stesse meglio per una pranzo domenicale che, non ne conosco il motivo, la stava particolarmente agitando. Era indecisa tra uno cappotto rosso e uno di Moschino anni ’80, che era della figlia. Per farle scegliere quello che piaceva più a me ho pronunciato le parole magiche: quello rosso la ingrossa un po’.

cappotto moschino vintage
Il cappotto è del 1988-89, per la precisione. Mi piaceva la grafica della fodera e gli avevo fatto una foto

Ha quasi sempre le unghie finte e smaltate, da centro estetico, non eccessive, non volgari. Dice che così muove le mani con più grazia e sicurezza.

L’altro lato dell’inquietudine è la spinta all’evasione, al divertimento, è l’effervescenza. Mi ha raccontato di aver conosciuto il suo accompagnatore in una sala da ballo. Lui era infagottato e triste e non ballava. Io ne ho dedotto che fosse lì solo per rimorchiare. Quando lei ha cominciato a dargli corda, lui si è subito ringalluzzito. “Stavo per fare un passo indietro perché credevo fosse un pomicione”, mi ha detto. Lei è la viveur della coppia; lo porta a cene, a balli (oramai pochi perché “lui non balla e io ho il ginocchio malandato”), partite a carte (“stasera bisca!”), e villeggiature al mare. E lui dice “lei mi ha rimesso una costola.”

Il mondo è la solita inesauribile fonte di pessime notizie ma è sabato sera e me ne frego. Calco in testa un cappello di pelliccia bianca con le orecchie, per isolarmi, per non sentire il vento, molestissima versione atmosferica dell’inquietudine. Poi metto gli stivali senza tacco, che ci sto proprio prendendo gusto, e un vestito al polpaccio. Davanti allo specchio, ci manca solo che faccia la ruota del pavone. Del pavone bianco dell’isola Bella sul lago Maggiore. Per lui ci ho perso un traghetto durante una gita. Intontita dalla bellezza del giardino e magnetizzata dalla ruota candida. Ho preso il traghetto successivo e ho ritrovato gli altri che facevano shopping per le vie di Stresa. Nessuno aveva notato la mia assenza, ho ripreso un discorso interrotto con una mia compagna come nulla fosse. Non sapevo se dispiacermene o se riderne dentro di me.

Il mio accompagnatore è arrivato. Andremo in pizzeria. Credo che si possano capire molte cose dalla pizza che si ordina e dalle scarpe che si indossano.

OUTFIT
Abito: H&M; stivali: Nano, zalando.it; calze lana: Hanna Andersson, lookastic.com; finta pelliccia: H&M; cappello: Barts, zalando.it; anello pavone: qvc.it

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