All’inizio della notte

Camminavo al buio lungo l’ultimo tratto di strada prima di casa. La via era vuota e silenziosa. Si sentiva solamente il rumore delle mie scarpe sull’asfalto e la mia solitudine era completa. Credo fosse mercoledì scorso intorno alle 23. Mi faceva male un tendine del polpaccio e mi scappava un po’ di pipì così mi sono seduta su un muretto e ho fotografato le scarpe che indossavo.

Stan Smith
Ohh… padroncina, dismettici, dismettici! Risposta: no, ancora no, non ce la faccio piccole mie, adoro il vostro essere stra-stan-vissute


Il figlio di Stan Smith un giorno ha chiesto al padre “papà, ma vengono prima le scarpe o te?”. Ma viene prima l’uovo o la gallina? (viene prima l’uovo, tanto quanto viene prima Stan Smith).

Dovevo essere vicina a dove il giorno prima un gatto è stato investito.
Il gatto era a terra in mezzo alla strada, sdraiato su un fianco, gli occhi chiusi. La riga di sangue che gli usciva dalla bocca aveva formato una piccola, viscosa pozza scarlatta sull’asfalto. Era così composto, con le zampe allineate una sopra l’altra, in maniera precisa. Era composto e avvicinandomi ho visto che l’addome si muoveva. Respirava. Ho fermato il traffico. Dalla prima macchina della fila che si stava formando è scesa una tipa. Ha visto la scena. “Lo porto io dal veterinario del mio cane, subito”, ha detto. Aveva un labrador nel retro della macchina che stava abbaiando per la nostra concitazione. La tipa ha preso un volantino di un supermercato e con tutta la delicatezza dell’universo ha sollevato il gatto e ce lo ha appoggiato sopra, per risalire poi in auto e portarlo via di corsa. E intanto io facevo la cosa più irrazionale dell’universo, facevo come per accarezzarlo sul ventre e lo incitavo a vivere, a non mollare. E il gatto sempre immobile, composto nella stessa posa, anche quando è stato adagiato sul volantino. E il viso della tipa in cui mi rispecchiavo, era muto e contrito come il mio.

Caro il mio Stan, quanta differenza passa tra un gatto e un ratto? una g per una r che fanno due universi paralleli. Fosse stato una pantegana, là in mezzo alla strada, come avevo pensato all’inizio mentre ero ancora lontana, non avrei mosso un dito, sarei passata via senza continuare a guardare, presa dal ribrezzo. Avrei pensato “un essere immondo in meno”.
Mentre sedevo su quel muretto, rimuginavo, misantropa e pessimista. La quarta rivoluzione industriale, la rete globale, tutti insieme connessi appassionatamente rancorosi: una manica di 7.673.855.799 + una di stronzi scomposti che si guardano l’ombelico.
“Stan, basta”, dicevo alla sua faccia stampinata sulla lingua della scarpa, “non senti come la misantropia e il pessimismo cosmico sono in assurda dissonanza con la linfa della vita che ricomincia a scorrere nei giardini, nell’aria? Coraggio, ci vuole qualcosa di Walt Whitman. O me, o life….”:

O Me! O life! of the questions of these recurring,
Of the endless trains of the faithless, of cities fill’d with the foolish,
Of myself forever reproaching myself, (for who more foolish than I, and who more faithless?)
Of eyes that vainly crave the light, of the objects mean, of the struggle ever renew’d,
Of the poor results of all, of the plodding and sordid crowds I see around me,
Of the empty and useless years of the rest, with the rest me intertwined,
The question, O me! so sad, recurring – What good amid these, O me, O life?
Answer
That you are here-that life exists and identity,
That the powerful play goes on, and you may
contribute a verse.
trad. di Giuseppe Conte (è un omonimo):
Ahimè! Ah vita! di queste domande che ricorrono,
degli infiniti cortei di senza fede, di città piene di sciocchi,
di me stesso che sempre mi rimprovero, (perché chi più sciocco di me, e chi più senza fede?)
di occhi che invano bramano la luce, di meschini scopi, della battaglia sempre rinnovata,
dei poveri risultati di tutto, della folla che vedo sordida camminare a fatica attorno a me,
dei vuoti ed inutili anni degli altri, io con gli altri legato in tanti nodi,
la domanda, ahimè, la domanda così triste che ricorre –
Che cosa c’è di buono in tutto questo, ahimè, ah vita?
Risposta
Che tu sei qui – che esiste la vita e l’individuo,
che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi con un tuo verso.

Ma anche questo è corrotto, scomposto. Quel verso può essere un post di una superficialità studiata e paracula, o di una superficialità semplicemente imbarazzante, e quello spettacolo può essere una coltellata, una strage, o un dirottamento, che importa. Ci si esprime Ci si sente vivi. E l’altro può diventare meno di un ratto.

Avevo voglia di mettere la testa sotto la sabbia.

“O me, o Stan, in piedi! portami a casa, un passo per volta.”

Avrei messo la testa sotto le coperte. Era quasi primavera.

OUTFIT
Salopette: Levi’s; scarpe: Stan Smith Adidas; camicia: Dixie; giacca: Silvian Heatch; tasca felina per ipad: Charlotte Olympia; maxi orecchini: Dixie

https://www.anothermanmag.com/style-grooming/10518/stan-smith-in-his-own-words-interview-2018

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