Il sole dentro il teschio

Seduta su una panchina, sotto la pensilina di una fermata di autobus, al riparo dai goccioloni che da poco avevano iniziato a venir giù dal cielo, guardavo scorrere l’orribile traffico serale del ritorno alle tane.

Mentre pensavo a quante sgangherate carcasse di auto siano in circolazione, mi sono accorta, con la coda dell’occhio sinistro, che qualcuno, nel frattempo, si si era seduto vicino a me. Avvertivo la sensazione che ci fosse qualcosa da rimettere a posto, la sensazione che si prova quando si sa di essersi dimenticati qualcosa ma non si riesce a ricordare che cosa.

Ho girato la testa di qualche grado per guardare meglio la figura di profilo seduta sulla panchina. Non l’ho riconosciuta subito. Mi sono dovuta prendere del tempo per risistemare quel viso, per riposizionarlo sopra un altro viso che era impresso nelle mia memoria, e riuscire infine a farlo combaciare con quello, che ora s’era pure girato e mi guardava a sua volta. Chiara. Più di un anno, minimo, che non la incontravo. Chiara, che chiedeva passaggi per concerti e festival musicali perché non aveva un’auto e mi pare neppure avesse mai preso la patente. Quel viso sembrava essersi allargato, non tanto per il grasso, seppure forse era ingrassato, piuttosto per un cambiamento strutturale, come se le ossa si fossero spostate e dilatate verso l’esterno.

Era cupamente assorta. Mi sono sentita a disagio. Non riuscivo a parlarle. Ed è stata lei a dirmi ciao. Non fosse stato così, probabile che io non le avrei rivolto parola, perché faccio così quando sono a disagio. Evito. È il mio modus operandi. Non operare.
Ed è sempre lei, da poco uscita da un corso di danza terapia, che mi ha raccontato di essersela passata malissimo ultimamente. Distaccata dalla realtà, irrealtà della realtà. Una cortina tra lei e il resto del mondo. E poi un mezzo flirt con il pensiero in fondo alla disperazione, il più definitivo.

Lei parlava e a me non veniva niente altro da pensare che se mi stessi per suicidare mi preoccuperei di essermi depilata e di scegliere con cura come vestirmi.

Sotto un giubbetto over size, Chiara indossava una maglietta con la foto di Alexander McQueen che tiene una sigaretta accesa tra le dita ed è appoggiato ad un teschio con una sigaretta accesa tra i denti. Che ci fosse un genio suicida stampato sulla sua maglia non mi sembrava un buon segno, ma mi stava dicendo che la danza terapia e i farmaci la stavano facendo tirare avanti.

Siamo restate in silenzio fino alla fine, quando l’ho salutata solo con un gesto della mano. Due anfibie, sotto una foglia di fico, che calavano e alzavano le membrane nittitanti con lo sguardo rivolto alle strisce di pioggia che continuavano a scendere. Regredite alla basilarità di un cervello rettile.

Quella sera ho guardato il video dello show “VOSS” del 2001; è sopraffacente, affascina e opprime. McQueen era uno stilista dionisiaco, la bellezza e il terribile e la deformità e la perfezione e la follia e il romanticismo e l’oscurità e la luce. Animalità umana. Creazione e distruzione intrecciate come serpenti. Metamorfosi.

E sebbene maggio se ne sia andato come un fantasma acquoso, e c’è il sole, ed è caldo, Chiara e Alexander McQueen, tornano ad affacciarmisi alla mente, come quando il cielo accenna a scurirsi e pensi che torna a piovere.

Cheap cheer up outfit. Abito: River Island; scarpe: missguided.eu; cappello: Dixie; occhiali: H&M; braccialetto: debonairtime.com

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