Bacchette flessibili

Diario di bordo, lunedì 8 luglio 2019

Sì. Finalmente. Sto per andare a cena in un vero ristorante giapponese. Che non fa sushi. Fa ramen, principalmente. Ma no sushi.

Dici giapponese, pensi sushi, sta pari pari a dici italiano, pensi spaghetti/pizza: anguste vedute.

Oltretutto sono fresca fresca di un’esibizione di jujutsu, alla quale ho assistito da spettatrice. Le ragazzine che mostravano le mosse e i colpi, quasi sembravano più ballerine che combattenti. È un’arte marziale basata infatti sulla flessibilità. Eleganza e stile per qualcosa che potrebbe anche provocare la morte dell’avversario. C’è modo e modo per uccidere.

I maestri indossavano l’Hakama, una specie di gonna a pieghe che cade fino alle caviglie. Mi sono innamorata dell’Hakama alla follia e senza speranza di recupero.
Il più anziano dei maestri mi ha detto che il jujutsu è un continuo rompere l’equilibrio dell’avversario, e che non c’è fine all’imparare. Lui stesso ancora impara, non solo dai maestri giapponesi più esperti, ma anche dagli allievi. Quello che diceva non sapeva per niente di quell’umiltà eccessiva, ostentata, che mi sta sulle palle; era un’obiettiva, profonda constatazione.

Gli allievi più giovani vogliono tutti visitare il Giappone. Sapessero io che desiderio ne ho.

In seguito ho ripensato che sono già stata in territorio giapponese, almeno tecnicamente, quando ho accompagnato il mio amico Nobu all’ambasciata giapponese a Roma, dove doveva avere dei documenti per la patente. Mi sentivo un po’ emozionata.


L’ambasciata è piccola, l’atmosfera rilassata. Se avessi commesso un reato lì dentro credo sarei stata soggetta alle leggi giapponesi, che prevedono anche la pena di morte. E siccome avevo preso la decisione di non recarmi mai più in un paese che prevede tale pena, ho già attorcigliato i pensieri per giustificarmi, dovessi visitare il Giappone. Ho pensato: “se mi danno la pena di morte i giapponesi, hanno ragione. Se me la danno tutti gli altri, non ce l’hanno.” Ognuno trova le proprie contorsioni mentali per difendere ciò che gli piace. Winckelmann era fissato, convinto del candore delle statue classiche, anche quando c’erano indizi di policromia e tracce di colori. Ma per lui il bello ideale era bianco, e dunque le statue dovevano senza dubbio essere state bianche.

Sbirciando qualche foto del ristorante dove sto per recarmi, ho deciso, dopo mesi che non lo facevo, di vestirmi di nero. La signora delle foto è in Kimono colorato. Io voglio stare a grado zero, e sentirmi spettatrice.

Martedì 9 luglio

E ho avuto la mia parte da spettatrice, quando ho lasciato che fosse Nobu a ordinare dal menù, scritto a mano, a penna, su foglio, parte in lingua giapponese, parte in lingua italiana.

“Nobu, ordina tu anche per me, non voglio sapere niente prima.” Ho messo il pilota automatico e sono rimasta all’oscuro delle portate fino a che non hanno cominciato ad arrivare, dal momento che Nobu ha ordinato parlando in giapponese. Godo a sentire il suono della sua lingua.

Alla fine c’erano tante cose in tavola, meno che il ramen.

Il locale è molto informale. La signora che lo gestisce (non so se ne è anche proprietaria/socia) si chiama Cihiro. Faceva la cantante lirica. E non indossava il kimono. Però vende delle giacche da kimono superlative (non stile kimono, proprio da kimono). Tornerò a Perugia appositamente per misurarne una con un paio di sandali col tacco alto. Se la comprerò la indosserò come un mini abito. Per me il prezzo sarà speciale 😁.

Nobu credeva che fosse una giacca da pigiama, o una giacca da casa. Quando l’ho detto a Lady Cihiro, lei ha sorriso “ma noo…” con l’aria di dire “Nobu, ma che stai a dì…”
Ho avuto l’impressione che lui le facesse pelo e contropelo sul cibo (è uno chef, anche se di cucina italiana) e che lei ogni tanto lo bacchettasse (si conoscono da anni.)
Lui mi ha detto “lei è tipo una sorella maggiore per me.”

Mi piace Cihiro, ha tratti di nobiltà però è alla mano, è piena di cortesia però sa essere ferma. Credo sia questo che mi affascina della cultura giapponese, l’armonia di contrasti, dove l’occidente invece separa più nettamente e fa muro contro muro più alto.

A tavola, mentre parlavo della pantomima che quella sera c’era stata in bagno tra me, Dio e una mosca agonizzante, usavo le bacchette cercando di imitare Nobu, che con le bacchette sa tirarci su anche un singolo chicco di riso (ma dice di aver davvero imparato a farlo a 18 anni). E insomma, a forza di prove, e dopo qualche pezzo di cibo precipitato sui miei pantaloni, alla fine stavo migliorando. Potrei diventare una scheggia con quelle bacchette, raggiungere una precisione chirurgica, una maestria inaudita, e riuscire a tirarci su mezzo chicco, 1/4 di chicco di riso. Datemi una leva e vi solleverò il mondo-a sapere come usarla- Ah, mi si lasci essere regina in un guscio di noce.

Il conto è stato veramente da street food. Lo dico perché l’ultima volta che sono stata trascinata ad un festival di cibi di strada dal mondo, i prezzi erano da gioielli di Bulgari.

Quando abbiamo pagato al bancone, Cihiro ci ha offerto sakè versandolo con gesto schietto da una bottiglia enorme. Un bicchierino a me, uno al mio Accompagnatore, uno per sé. “Tu no sakè, Nobu, non ti piace. Che ti do? Jägermeister.”
Ma non sarà che come giapponese, Nobu è un po’ degenere?
Un cin accennato, che cin cin in giapponese vuol dire cazzo, sbattiamo i bicchierini, alla nostra.

L’insegna grafica del locale è a dir poco artigianale. Il nome è Giapp-One, e direi che come naming siamo a una cintura blu.

Camicetta: River Island; gonna: winserlondon.com; scarpe: Gucci; rossetto: Mirneralize Rich Lipstick, Everyday Diva, Rosso crema puro, Mac; ventaglio in seta con sakura, amazon.it

2 pensieri riguardo “Bacchette flessibili

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