Vista con mare

Parlo del Barracuda Summer Fun, di una domenica trascorsa in spiaggia con un house party serale. Parlo di come la storia dell’umanità si divida in A.H.M. (Avanti House Music) e D.H.M. (Dopo House Music). Di che sorte benigna io abbia avuto a nascere A.H.M. Di che fortuna sia condividere questo più o meno breve, più o meno lacrimoso passaggio, con persone che ti ingravidano il cuore fino a farlo partorire di gioia e gratitudine. Di come per stare bene insieme non bisogna essere tutti uguali (au stra contraire). Di quanto il mare è assurdamente bello, anche quando ci sono più sassi che sabbia, l’acqua sprofonda a due metri dalla riva, si accede alla spiaggia attraversando un tunnel da bunker, e i treni che passano sulla linea ferroviaria proprio dietro gli chalet. Di quanto il pesce cucinato dai ragazzi del Barracuda sia delizioso e di come persino la pizza a cena, che sembrava improvvisata ma non lo era, era più buona di quella in talune pizzerie non improvvisate- ed era uno spettacolo vedere il fluire dei movimenti coordinati dei tre addetti a ritmo della House: impasta-stendi-condisci-cuoci-sforna-taglia-prego piglia. Di tre bellissime e sublimi bagnanti (una delle quali ero io) e del costume più bello delle tre, un intero appartenuto alla mamma. Di ragazzi in boxer con stampa animalier, sui quali lascio il giudizio in sospeso. Comunque, sempre meglio degli slip. Odio gli slip su un uomo. Farei il falò degli slip da uomo.

Ma pur non avendone l’intenzione all’inizio, devo parlare di ESSO, perché è una settimana che ESSO non mi va via dalla testa e allora devo scriverne, buttare giù poche righe al riguardo, se non proprio per liberarmene, almeno per dargli una forma da post galassia Gutenberg e far si che non resti nel caos dei pensieri sparpagliati, in sospeso, in abbandono. Che a volte ritornano.
ESSO è un palazzone. Arrivando, come me, per la prima volta sul lungo mare di Porto Potenza Picena, è impossibile non notarlo, per la mole e per le condizioni in cui versa. Porto Potenza non è Miami, non è un quartiere ghetto di una grande città, e basta la mole a renderlo totalmente avulso dal contesto. Le sue condizioni si avvicinano a quelle dei palazzi di Damasco post bombardamento. Proprio dopo ESSO ci sono case carine carine, curate, mantenute senza una sbavatura.

Mi barcameno come posso per non farmi fagocitare dallo smart phone. Per cui, sicurissima del fatto che avrei trovato foto e articoli su ESSO in seguito e con calma, non ho minimamente pensato a tirare fuori il telefono dalla borsa. Ma in seguito e con calma, su ESSO non ho trovato praticamente nulla.
Sembra non esistere per la rete. Eppur si vede dal vivo.
ESSO mi ripugnava e mi attraeva di una morbosa attrazione già passandogli vicino in auto. Un mio amico pensava che fosse un edificio disabitato in procinto di esser fatto brillare.

Passeggiata pre prandiale. TataTàaan! Piazzato là ad incombere sulla spiaggia, sul mare, su tutti noi. A quella distanza potevamo vedere i balconi degli appartamenti, numerosi, tutti corrosi dalla salsedine. Davano l’idea, XXL, di sciattezza che da lo smalto scrostato sulle unghie. Ma si scorgeva qualche antenna parabolica, vestiti stesi ad asciugare. Vita. Il parallelepipedo in cima al tetto, una sorta di blocco posticcio, era un’incubo realizzato. L’insieme doveva essere il mostruoso rifugio per una massa di reietti.

Un fratellino del più famoso Hotel House, quello che sta a Porto Recanati, dove lo smalto scrostato è il minimo, ed è talmente ULTRA da aver meritato due articoli giornalistici. All’Hotel House gli ascensori non funzionano più e l’acqua corrente non c’è più.

Lontana dal mare, quella sera mi sono messa a letto senza doccia, rimandata al mattino dopo, per sentire il mare addosso il più a lungo possibile e restarne impregnata.
Qualcun altro molto più vicino al mare di me, non può toccarlo. E la vista sul mare diventa uno sberleffo, un ghigno.
È l’algerino Messaud Mekhalef, di 47 anni, “affetto da una grave malattia alla spina dorsale che lo ha ridotto all’infermità”, segregato all’ottavo piano dell’Hotel House.
E che racconta alla giornalista dell’Internazionale?
“La vita è gioia e vorrei lasciare dietro di me quello che ho imparato per quelli che arriveranno dopo, vorrei lasciare una scia di luce.”

Costume: OVS; borsa: gallipromo.it; zoccoli: Scholl; occhiali: Marc Jacobs, zalando.it; cappello: Parfois, zalando.it

https://www.internazionale.it/reportage/annalisa-camilli/2018/05/03/hotel-house-porto-recanati-immigrazione

https://www.theguardian.com/news/2018/jul/31/an-unsolved-at-italys-most-notorious-tower-block

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...