Cose perse e cose trovate

La canottiera da marinaretto a strisce bianche e rosse

La suddetta canottiera che si inabissa nel mare profondo, in una mattinata di luglio limpida, piatta, io sempre più mogia, con la manina tesa, mentre lei viene risucchiata espandendosi e contraendosi leggiadra come una medusa; e mio padre che tenta invano di recuperarla con il remo del pattino che aveva affittato per insegnarmi a remare e farmi venire le spalle belle. Questa è l’ultima immagine che ne ho. Era la mia preferita, e ti pareva, che ve lo dico a fare. Il trauma primordiale delle cose perse. Il mio Titanic infantile.

Il giubbetto di pelliccia marrone

Nel film Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, gli outfit della protagonista hanno attraversato quasi quattro decenni senza invecchiare. I jeans, super skinny, il giubbetto, le scarpe!

Screenshot dal film del 1981. Quelle scarpe blu con i calzini a righe, un ibrido infanzia-maturità. Ci stanno benissimo

Tuttavia, quello che cercavo da tempo era un capo di abbigliamento che non compare nel film ma che viene nominato nel libro. Un giacchetto di pelliccia di coniglio che lei compra in un mercatino, assieme ad un carillon.

La vera Christiane F. , Christiane Vera Felscherinow, nei primi anni ’80

Nelle mie ricognizioni in parecchi bugigattoli e mercatini, ho trovato montagne di giubbetti grigi (nell’anima, non di colore), senza senso. Il bomber grigio acetato della Christiane F. aveva senso, e anche controsenso.

Coincidenza eccezionale: sabato scorso, dopo aver già cercato qualche foto per questo articolo, ho conosciuto Angie. La sua rassomiglianza con Christiane Vera Felscherinow è talmente evidente che non sono stata la sola a notarla. Nelle foto sopra era a Berlino. In quella alla stazione Zoo gioca al doppelgänger

Ero dunque pronta ad andare a La Piazzola a Bologna.
Ma una sera d’inverno, tornando dal lavoro, il mio Accompagnatore nota un giubbotto di pelliccia marrone esposto in una vetrina in via Nazionale a Roma. Stanco, con il calo di zuccheri e con l’unico desiderio di tornare prima possibile a casa, entra e lo compra.
Non era bianco, come quello delle mie fantasie, non era vintage, ed era sintetico. Aveva fasce elastiche in vita e lungo i polsi, e una lampo al centro. Un super bomber peloso. Era diventano una calda seconda pelle.
Una sera, una festa in una taverna a Foligno. Niente guardaroba, si lasciava tutto sulle sedie. Fine dei balli, cerco il giubbetto peloso. Sparito. Telefono in taverna il mattino successivo, ma nessuno ha ritrovato il mio adorato. “Eh, ieri sera fregavano, c’era qualcuno che ci si è messo con l’intenzione”, mi dicono dalla taverna.

Occhiali a goccia di Vogue con lenti viola

Me li aveva regalati Reza, che li aveva acquistati per sé, ma si era convinto che gli stessero malissimo, che lo rendessero ridicolo. Non era vero, anzi, non essendo un classico adone, gli rendevano il viso più interessante e gli davano un’aria gradevolmente bizzarra. Ma io zitta e grazie mille.
Reza studiava architettura e per guadagnare qualcosa svolgeva dei lavori di restauro e tinteggiatura. Suo padre, iraniano, era convinto che per fare l’architetto bisognava saper fare prima il muratore. ABC. I materiali vanno conosciuti e sperimentati.
Un pomeriggio d’estate andiamo a casa di un antiquario inglese al quale doveva tinteggiare alcune stanze. Io ero vestita con pantaloni di una tuta Adidas blu quasi elettrico con le strisce laterali bianche, sandali verdi e rosa, a zeppa, altissimi, canottiera bianca e occhiali Vogue con lente viola. L’antiquario e la sua seconda moglie, un’italiana architetto di almeno venti anni più giovane e dalla quale l’antiquario aveva avuto, dopo anni, il secondo figlio, il piccolo che si aggirava nella stanza mentre parlavamo, sembravano scioccati dal mio outfit. Inaspettata crosta perbenina di una coppia dalla forma mentis aperta, dall’ampio respiro. Ero solo stilisticamente avanti di pochi anni, prevedibile e pronta ad essere raggiunta.
Gli occhiali li dimenticai sul loro divano ottocentesco a barca. Reza era tornato a Milano dove studiava e io non me la sono sentita di fare la figura tapina di andare da sola appositamente per riprenderli.

Mi dispiace più perdere oggetti che mi sono stati regalati. Mi fa sentire come se avessi perso o tenuto in poco conto l’affetto, il pensiero del donatore per me. Come la stola di seta nera, regalo di compleanno da parte di Roberta, che aveva quella semplicità impeccabile, difficilissima da raggiungere. Era il più a cui tenevo, il più fantastico dei suoi regali. Dimenticato in un ristorante, forse.

Non riesco a numerare la serie di accendini e ombrelli perduti. Mai però che mi sia trovata un ombrello o un accendino. Il che mi induce a credere che li perda solo io.

Un accendino l’ho trovato, ripensandoci. Era, assieme ad un assorbente dall’involucro rosa, delle cuffiette con gli unicorni e pochi spiccioli, nella tasca di un giubbetto lasciato su una panchina al parco. L’onnipresente giubbetto biker in pelle nera, slim fit. Inflazionato; ma concedo che è carino, pratico e estremamente versatile. Sono stata infame a portarmelo via, in fretta e circospetta? Sono stata infametta. Avrei potuto lasciarlo lì per la ragazzina che l’avrebbe probabilmente ricercato. Ma insomma, con tutto quello che ho perso, beh mi sono considerata in pari tra dare e avere.

Ahi, il pellicciotto marrone. Questo articolo è la sua sepoltura definitiva, meno maestosa e romantica del fondo del mare, ma pazienza.
Non mi resta che sperare che chiunque lo abbia rubato, lo abbia apprezzato e se lo sia goduto quanto me.

Imparare a lasciare andare le cose. Infinitamente più doloroso, imparare a dire addio alle persone. Grandi lezioni per la vita.
Scarpe: Off-White; costume: Chromat, bloomingdale.com; jeans: Closed Pedal Pusher, zalando.it; occhiali: Vogue Calibro 55, unmondodiocchiali.com; orecchini: giolinaeangelo.com; glitter viso: Pink Heart, Mac

https://www.shrimptoncouture.com/blogs/curated/17863569-style-on-film-christiane-f

https://de.paperblog.com/the-look-of-christiane-f-wir-kinder-vom-bahnhof-zoo-1981-90462/

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