Layqa

Aeroporto di Quito, Ecuador. Mio fratello e sua moglie, ecuadoriana, in partenza per l’Italia, sono fermati per il controllo delle valigie, che vengono aperte, svuotate e rivoltate. Per appurarne il contenuto, vengono infilati spilloni in forme di formaggio, scatole di cioccolato e altri oggetti incartati.

È ovvio cosa stessero cercando, anche se la vita ogni tanto riserva qualche sorpresa; questa settimana all’aeroporto di Cayenne-Félix Eboué, in Guyana francese, un turista è stato arrestato con cento tarantole e bozzoli di uova in valigia.

Velma, mia cognata, è la persona più onesta, senza macchia e irreprensibile che conosco sulla faccia della terra, ma di certo era seccata mentre le mettevano a soqquadro gli averi e le perforavano i regali per amici e parenti. È sgradevolissima la sensazione che si prova a veder frugare tra le proprie cose. E non è la prima volta che fermano proprio lei per i controlli del bagaglio. Le succede quasi ogni volta che torna al suo paese.

Tra gli elementi che portano a controlli più accurati e specifici ci sono “tratti somatici, paese di provenienza e/o di destinazione, motivo del viaggio, incrociati con i documenti di identità, i dati biometrici e altri elementi utili.” Elementi utili. Credo ci sia di mezzo anche l’abbigliamento.

Dovrei consigliare a Velma di vestirsi meno curata, più sporca. Tipo quando sono ripartita io dall’Ecuador, in pantaloni cargo impataccati di salsa ají, anfibi che avevano combattuto la prima guerra mondiale, il fango della trincea ancora incrostato, e qualche birra Pilsener in corpo. Fossi stata degnata di un solo sguardo. Avrei potuto sul serio trasportare qualsiasi cosa.
Perché l’abito fa il monaco, e fa pure il corriere di droga.
L’unica volta che mi hanno aperto la valigia è stato di ritorno da Londra, vestita con tacchetto fine, jeans, polo Fred Perry, passata leggera di rossetto e taglio di capelli corto alla Louise Brooks, fresco del giorno prima. Ad un certo punto l’addetto ai controlli, rovistando nella mia Samsonite, tira fuori una tazza da tè con dentro una busta di plastica con qualcosa di molle dentro. Lo vedo increspare le labbra in un sorriso accennato di auto soddisfazione. L’ho beccata l’italianetta furbetta, pulitina e acchittatina. Apre la busta e ne tira fuori qualcosa che assomigliava ad un ratto morto bagnato. What…is…this? I resti della mia chioma recisa. La parrucchiera mi aveva chiesto se volevo conservarla, e gentilmente l’aveva infilata in una bustina. Non è che fossi molto convinta di quella doggie bag di capelli, ma l’ho lasciata fare. Perché non li ho buttati quei capelli? Non me ne fregava niente di loro. Che idiota. Il pover’uomo ha riposto la matassa umida nella tazza con una faccia estremamente disgustata e interdetta. Rischi del mestiere di ficcanaso.

Forse c’è del vero nella teoria di mio fratello, ossia, che parecchi corrieri solitari vengono segnalati proprio dai grossi narcotrafficanti, e sono solo specchietti per le allodole. La polizia fa la sua bella figura, dimostrando che qualcosa ci sta a fare lì, sequestrando pochi grammi, qualche kg al massimo, da un poveraccio di turno, mentre fanno passare tonnellate con le navi.

Le cioccolate più fantastiche che infine sono giunte dall’Ecuador, sono queste a forma di oggetti dell’arte ecuadoriana precolombiana:


Mi sono seduta sul sofà, approntando un’eucarestia andino-pagana. Una dolce brezza settembrina, di una perfezione da struggimento, si trasportava nella stanza. Dall’inverno scorso non mettevo cioccolato in bocca. E io adoro il cioccolato. Mancava un flûte di champagne e sarebbe stato un assaggio perfetto di paradiso.
Aperta la scatola, le sagome si sono rivelate più brutte, sgorbiate, rispetto a quelle in foto, e erano delle specie di biscotti ricoperti di poco cioccolato male intonacato. Davvero strano. Il biscotto era secco. Sfido, con due buchi sulla scatola, uno davanti e uno dietro.

Per la cronaca, le sagome che hanno subito la perforazione sono: sul fronte, Dios Alado, cultura Tolita (500 AC – 500 DC), maschera in oro e platino lavorata a sbalzo. I sacerdoti la indossavano durante le cerimonie religiose, e ricorrendo alla magia emettevano attraverso di essa suoni che venivano poi tradotti come richieste degli dei. Sul retro, Asiendo de Poder, cultura Manteña (500 – 1500 DC), sedia cerimoniale intagliata in pietra utilizzata da alti dirigenti e sciamani, che la usavano per acquisire il potere dell’animale o del dio rappresentati alla base del sedile.
Nei panni del perforatore non dormirei sogni tranquilli.
Postilla. Mio fratello è convinto che sua suocera abbia doti sciamaniche.

Vestito lingerie: Zara; scarpe: New York Magazine® X Marc Jacobs The Mule; rossetto: rouge allure velvet mat colore intenso n_5 , Chanel; pochette Phone con cristalli Area, luisaviaroma.com; orecchini: Worls Folk Art; Oud Essenciel eau de parfume Guerlain: cioccolato: republicadelcacao.com

2 pensieri riguardo “Layqa

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