Pepita_Rei. Rea confessa

Dà enorme soddisfazione comprare oggetti di sconfinata estetica e di eccellente qualità. (È arrivata pensaci.) Con alta probabilità saranno anche eco sostenibili, ellittici e infiniti. Dureranno più di voi e saranno un investimento che potrebbe rivelarsi utile in caso di rovesciamento delle sorti.
Dà diversamente enorme soddisfazione comprare oggetti estetici a pochissimo prezzo (riguardo al fattore durata, dipende, ho avuto a volte delle belle sorprese al riguardo.) L’impresa si rivela più difficile di quella sopra, e con maggiore probabilità si contribuirà, con la propria moscerina parte, a ingrossare il gruppo degli untori, degli agenti inquinanti del Pianeta e dei responsabili dello sfruttamento semi-schiavistico del lavoro. Oltre, eventualmente, a perpetrare pure il proprio sfruttamento semi-schiavistico, dandosi il caso che siano proprio le fasce meno abbienti che si vedono costrette ad acquistare prodotti…da fasce meno abbienti, per l’appunto. Insomma, poveri e colpevoli. Come dice mio padre, mannaggia ai poveri e chi li ha inventati.

La scorsa settimana sono entrata per caso e per curiosità dentro un negozio Globo, una di quelle catene dai volantini agghiaccianti. Ne sono uscita con un berretto alla Peaky Blinders, un paio di decolleté tacco 12, rosso peperoncino lucido, marca Emanuela P. (si è creduto fosse très chic puntare il cognome oppure Emanuela vuole per qualche imperscrutabile ragione mantenere l’anonimato), un paio di chunky sneaker quasi scarpe buffalo, ma dalla linea aerodinamica, pur essendo ben piantate a terra. Abbastanza accattivante anche il nome della marca, Pepita -Rei.

Il prezzo dell’intero bottino non raggiungeva i 60 euri.
Ahhh, che soddisfazione. Una delle Pepita -Rei, in effetti, mi ha procurato una vescica il primo giorno che le ho indossate, ma sto provvedendo a dilatarle con vari metodi, e una volta ammorbidite e spanciate, confido di goderne a lungo.
Le Emanuela P. sono scarpe da casa-automobileconautista-festainsalotto. A letto orizzontali stanno pure bene.
Le Pepita Rei invece fanno parte di quell’abbigliamento definibile come comfort dress. Conforto alla tetraggine delle 5 di pomeriggio d’inizio novembre, al cielo sparito e alla pioggia continua, alle buche piene d’acqua, ai ritardi di autobus, treni, aerei e navicelle spaziali. Al sentirsi sulle spine, in bilico, sostituibili. E conforto alla rottura di scatole che sta affrontando Sabrina.
Mi ha telefonato bisognosa di sfogarsi come una bambina maltrattata. L’azienda dove lavora non naviga in buone acque. (È pre-crisi, è crisi, è dopo crisi con crescita stagnante e quindi ancora la crisi aleggia e potrebbe significare una pre-crisi, e così via di questo passo. Sempre la crisi tra i piedi, in un modo o nell’altro.) Stanno facendo fare a Sabrina il jolly, mettendola soprattutto nel ruolo da lei descritto come “combattente in prima linea a fronteggiare le rotture di palle che fanno venire le palle così grosse che serve una carriola per trasportarle” (trad. assistenza e reclami.)
“Non ti rendi conto con che gente ho a che fare tutto il giorno. C’è uno, F., uno sfigato puntiglioso maniaco che mi perseguita, sarebbe da denunciarlo per stalking. E tutto il mio lavoro presto sarà sostituito dall’intelligenza artificiale può darsi, ma meglio non renderla troppo intelligente, che potrebbe fare una strage di umani.”

Mentre si sfogava ho ripensato a un tizio che lavorava alle casse di un supermercato vicino casa mia, di cui ad un certo punto ho finito per raccontarle la storia. L’uomo era la fonte di un tanfo insopportabile, atavico, esteso come un paese; aveva i capelli crespi, lunghi, tenuti incolti a corona attorno alla pelata in cima alla testa. “Come quelli di Joker, Sabri, prima di diventare veramente Joker, quando ancora lavora come pagliaccio, con in più scaglie di forfora che cadevano dappertutto, e una trippona che c’entrava a mala pena nella postazione.” Uno schifo disumano e un imbarazzo per colleghi e clienti. Da un certo giorno in poi non l’ho più visto. In seguito sono venuta a sapere che stava attraversando un grave esaurimento. Aveva un figlio tossicodipendente e stava affrontando la separazione dalla moglie. Immagino che il compito di scambiarci due parole riguardo alla situazione, o almeno di farlo sparire dalle casse sia spettato al direttore della baracca. “Pensa a questo disgraziato, e pensa al direttore che è dovuto intervenire, Sabri.”
Sabrina però non era in vena di sentire racconti di casi disperati. Forse non era la cosa giusta da dire perché l’ho sentita più scocciata di prima.
Chissà cosa è stato detto a quel disgraziato. Non serve un’infanzia devastante per trasformare un uomo in una bomba a orologeria.

Anita Dark Organic Cotton Jeans Katharine Hamnet; maglione casmere: http://www.jcrew.com; giubbetto: Zara; scarpe: Buffalo, corbetosboots.com; smalto Abracadabra, Faby; anello: glencara.com

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