La inalcanzable

Era mora, con i capelli lunghi, però non tanto, mossi, però non tanto. La pelle chiara. Gli occhi blu, tante sfumature di blu, e puntini celesti, che brillavano. Aveva poco più di vent’anni, ma portava l’apparecchio per i denti. Era spagnola.

Alla sera tardi, dopo le 11, iniziava la pappatoria con i suoi connazionali. Mai meno di 8-9 persone. Tiravano fuori il cibo dalle buste della spesa, lo spargevano sopra il grande tavolo in legno grezzo della cucina in comune, spanciata come il ventre di una vecchia antica con alle spalle 20 gravidanze.
Acciughe spagnole in scatola, pane inglese, margarine, chorizo, hamon iberico, cheddar, encurdatos, tortilla, olio; olio su cui erano stati fritti 5-6 spicchi d’aglio, utilizzato, poi messo in bottiglia e riutilizzato, rifritto, fino a dieci e passa volte; english sausages, salame, maionese, frolle con crema e fragole.
La Sarabamda cibaria si protraeva fino alle 1, le 2 del mattino. Maaa quanto mangiavano.

Maaa quanto parlavano. Veloce, sempre a voce alta. Le G e le J calcate, aspirate, gutturali, spiccavano tra il discorso e sembravano venirti addosso come scatarrate. Rozze. Sexy. Una madrelingua mi riferì che lei parlava uno spagnolo ruvidissimo. Io, che non parlo spagnolo, dei loro discorsi captavo unicamente, qua e là, qualche huevon, maricòn, cabron, hijo de puta, hostia, puta; mierda.

Quando lei iniziò a lavorare in un Dunkin’ Donuts, ora solo Dunkin’, ai loro banchetti si aggiunsero le ciambelle fritte che avanzavano alla chiusura del turno serale. Certe volte ne riportava a casa uno scatolone pieno. Al mattino ne restavano ancora, in vista sul grande tavolo in legno grezzo della cucina in comune, spanciata come il ventre di una vecchia antica con alle spalle 20 gravidanze. Giocosamente invitanti, con le loro glasse, le loro praline, le scaglie di mandorle e noci, con i loro caramelli, i loro cioccolati, e i loro colori. Sembravano così allegri, disimpegnativi; ognuno era un macigno. Erano messi là a disposizione di tutti i residenti della casa. Quanti fossero, questi residenti, non si sapeva mai di preciso, tra permanenti, stagionali, infiltrati, occasionali, amanti, amici, imboscati, e ospiti, sparsi tra le camerone in comune con 4-5 persone, la hut in giardino, lo studio di Mr Bell e la study room, che a tutto serviva fuorché a studiare.

Spesso le faceva visita un ragazzo. Era pazzo di lei. Vestita con anonimi calzoni corti, T-Shirts e sneakers, se lo metteva sulle ginocchia e lo spomiciazzava. Lui, carino, vestito preciso, profumato, non parlava quasi mai. Nemmeno quando lei lo strapazzava e gli gridava contro le G e le J calcate, aspirate, gutturali. Rozze. Sexy. Ma poi la sorprendevo a dargli certi sguardi benevoli, protettivi. Come quando la salutavo e mi rivolgeva un viso carezzevole, quasi angelicato, mentre le si arricciava il naso perfetto con delle piccole lentiggini attorno e mi faceva sentire una bambina.
Una sera non riuscivo ad addormentarmi. Andai in bagno e fumando una sigaretta alla finestra vidi lui, che aspettava davanti la porta dell’ingresso. Aspettava lei, l’assente. Carino, vestito preciso, impalato.

Tornai a letto, ma non c’era verso di dormire. Lessi. Sonnecchiai. Alla fine rinunciai al sonno. Tornai in bagno per fumare. Lui era ancora lì, impalato, calmo, sotto un albero. Le foglie stormivano nel silenzio. Schiariva. Stava arrivando il giorno, in una una sublime estate inglese. Solo allora lui si decise; spense una sigaretta, si voltò e andò via, allontanandosi dalla casa dove abitava l’assente.

A fine agosto lei tornò in Spagna. Le uniche parole che ci ho scambiato in un mese e mezzo sono state morning e night. Non l’ho più rivista. Non ricordo il suo nome.
L’imprendibile.

Camicia fluida a stampa carpe: Dixie; jeans: ribcage wide leg, Levi’s, zalando.it; cappotto: Ralph Lauren Collection, biffi.com; scarpe: IVY PARK Super Sleek, Adidas; cinta: Tamaris, zalando.it

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