Come quando ero una fenicottera rosa libera

L’esperienza più brutta è stata andare a fare la spesa, sabato scorso. Erano circa le tre del pomeriggio.
Davanti al primo supermercato che incontro, trovo una decina di persone con o senza carrello, ma tutte con mascherina e guanti, ad attendere davanti l’entrata a debita distanza gli uni dagli altri. Ogni tanto una butta-dentro chiamava per entrare “tre persone ora.”
Poi, “una persona dentro.” Vado io, senza guanti e mascherina. Il calo di zuccheri si sta facendo sentire. Assorbo tutta la tensione dell’atmosfera. Mi infilo un paio di guanti trasparenti del reparto frutta e verdura; cerco di sbrigarmi il più possibile. Incrocio dall’altra parte del corridoio un conoscente e gli dico forte “che palle, che palle, che palle!” e sento lui da dietro la mascherina che dice, scuotendo la mano ” è brutta, è brutta.” Afferro una confezione di prosciutto cotto, una di Emmental francese, una bottiglia di Barbera, faccio degli slalom per evitare di avvicinarmi agli altri mentre sgambetto in direzione casse. “Dovete mantenere le distanze” grida la cassiera a qualcuno dietro di me. Mi giro e c’è una donna pericolosamente vicina. “Devi andare più indietro” le dico. Continua a stare ferma. “Devi metterti più indietro” le dico a voce più alta. Sto iniziando a detestarla. Apre un’altra cassa e lei va in fila là.
Pagando sfioro le dita inguantate della cassiera. Esco, butto i miei guanti in un cestino e mi allontano velocemente, carica del tipo di tensione che potrebbe aver accumulato un liquidatore di Chernobyl alla fine del turno di 120 secondi sul tetto del reattore esploso. Come nel film, eccetto che stavolta non ero una spettatrice ma una protagonista. Quando da piccola sognavo una vita piena di avventure intendevo roba tipo piratessa spaziale, non questa.
L’ultima porta si chiude dietro di me; quella di casa.

Il fine settimana meno fine settimana della Storia, è trascorso più tranquillo, tra infinite video chiamate, aperitivi a distanza, DJ set, scazzeggi e qualche fugace lite. Cercavo di vivere come quando, fino a tre settimane fa, ero una fenicottera rosa libera.

Lui si è preso tutti gli spazi, è dappertutto, altro che Madame X. È sulla Luna di For All Mankind, è tra le righe di un thrilleraccio, è dietro le parole della più innocua conversazione. È persino, seppur meno spesso e attenuato, tra le ripetizioni di un workout di Tracy Anderson. (Poco tempo fa volevo fare una lista delle donne che mi hanno cambiato la vita, e lei c’era. Ora più che mai. Grazie di esistere Tracy.)

To sleep: perchance to dream: ay, there’s the rub. Perché anche i sogni s’è preso. La prima volta è stato a metà settimana. Mi facevano il tampone, che consisteva in un pezzo di garza applicato sul petto (sigh! l’inconscio più l’ignoranza.) La garza diventava rossa, così che si doveva procedere ad un esame più approfondito. Stavolta mi sparavano sul petto una scossa, come un raggio laser, che partiva da un aggeggio a forma di tubicino bianco, simile ad una sigaretta elettronica. Risultavo positiva e venivo avvertita telefonicamente che sarei stata rinchiusa in qualche posto “bisogna, bisogna proprio, ma sarei insieme a Tizio e Caia…”
L’ultima volta, la scorsa notte. Corro lungo una via piena di gente. Avanzo a spinte, gridando che non possono, non possono camminare per la via, cerco di spostarli a gomitate ma ad un certo punto delle mani enormi mi afferrano dall’alto per i polsi e mi bloccano le braccia. Cerco di liberarmi ma la forza che mi si oppone è soverchiante. Apro gli occhi.

Outfit casa(carcere)-supermercato-tabacchi-casa(carcere). Pigiama: Twinset, yoox.com; trench relax: uniqlo.com; scarpe: Nike Air Max 90; occhiali: Ryders Loops-R01514A, smartbuyglasses.it

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